USA 2014. 2) Camera, due miliardi al fronte

© Il Foglio, dall’edizione del 7 ottobre 2014

camera---ottobreUna guerra di trincea da due miliardi e mezzo di dollari. La  battaglia per il controllo della Camera alle elezioni di mid-term del 4 novembre è appena entrata nel vivo, ma già si annuncia costosa come quella del 2012, che ha battuto ogni record della storia politica statunitense. Una cifra simile al Pil annuo dell’Eritrea, insomma, sarà spesa per finanziare le campagne elettorali dei circa 1.700 candidati che corrono per i seggi in palio nei 465 distretti della Camera. Ma soltanto pochi tra loro, a poco più di un mese dal voto, nutrono ancora la speranza di essere presenti a Washington D.C. il prossimo 3 gennaio, per partecipare alla prima sessione del 114° Congresso.

Secondo tutti gli analisti, infatti, i distretti competitivi alla House of Representatives sono davvero rari. Attualmente il Partito repubblicano può contare su una maggioranza di 234 a 199: un margine che è il risultato della straordinaria affermazione del 2010 (quando il Gop conquistò 242 seggi, con il suo successo elettorale più netto dal 1946), soltanto leggermente annacquato dalla vittoria democratica del 2012 (+8 seggi) ottenuta sull’onda della rielezione di Barack Obama alla Casa Bianca.

Fino al termine del 2013, con i repubblicani sotto assedio per lo shutdown del governo federale, i democratici coltivavano il sogno – neppure troppo segreto – di potersi riprendere la Camera senza troppi sforzi. La fiducia degli americani nel Gop aveva raggiunto il minimo storico. E i partito dell’elefante sembrava dilaniato dalla guerra intestina (e suicida) tra il fronte moderato dell’establishment e quello movimentista dei Tea Party. Tutto, insomma, faceva prevedere un autunno di sangue nel 2014, con i democratici all’attacco e i repubblicani in difesa.

Poi, però, è cambiato tutto. La disastrosa entrata in vigore dell’Affordable Care Act (la riforma sanitaria che gli americani chiamano Obamacare) ha più che annullato il vantaggio dei democratici nei sondaggi. E il secondo anno del secondo mandato si è dimostrato durissimo per il presidente e per il suo partito, con il “job approval” di Obama che è crollato dal 54% del dopo-rielezione al 41-42% di oggi.

Questo cambiamento dello scenario politico ha praticamente azzerato le chance democratiche di riconquistare la Camera. Consentendo ai repubblicani, anche se alle prese con i problemi interni di sempre, di concentrare i propri sforzi sulla battaglia per il Senato, di cui ci occuperemo in dettaglio nelle prossime settimane, nel tentativo di fare l’en plein al Congresso. Con i democratici troppo deboli per giocare in attacco e i repubblicani troppo deboli per giocare contemporaneamente su due tavoli (senza contare quello dei governatori), la campagna elettorale per il rinnovo della Camera si è dunque trasformata in una guerra di trincea, con entrambi i partiti impegnati a mantenere il controllo delle proprie posizioni.

Secondo la “Crystal Ball” del Center for Politics dell’Università della Virginia, diretto da Larry Sabato, in questo momento ci sono 13 distretti toss-up in cui è ancora impossibile azzardare un pronostico preciso. Di questi 13 distretti, 10 sono attualmente in mano ai democratici e soltanto 3 sono controllati dai repubblicani. In più, oltre a due seggi democratici (North Carolina-7 e Utah-4) che dovrebbero essere conquistati dal Gop, in un seggio democratico (New York-21) è favorito il candidato democratico e in due seggi repubblicani (California-31 e New York-11) è favorito il candidato democratico. Con questo schema, la Crystal Ball prevede un guadagno netto di 5/8 seggi per i repubblicani, che riporterebbe il Gop più o meno ai livelli raggiunti nel 2010.

Con qualche minima differenza, la previsione della University of Virginia è condivisa dalla maggior parte degli analisti. Il Cook Political Report assegna a 15 distretti (11 democratici e 4 repubblicani) lo status di toss-up, mentre vede favorito il Gop in tre distretti democratici (North Carolina-7, Utah-4 e New York-21) e i democratici favoriti in un distretto repubblicano (California-31). Secondo il Rothenberg Political Report, infine, i toss-up “puri” sarebbero nove (7 democratici e 2 repubblicani), mentre i “quasi toss-up” sarebbero sette, 3 con i democratici favoriti (Florida-26, Massachusetts-6 e New York-11) e 4 con i repubblicani in vantaggio (Colorado-6, Florida-2, Michigan-1 e New Jersey-3). Per Rpr il Gop dovrebbe guadagnare tra i 2 e 10 seggi. L’Election Lab del Washington Post sceglie il limite massimo di questa forchetta e prevede un +10 per il Gop.

Queste previsioni sono quasi del tutto identiche a quelle elaborate un paio di mesi fa. Eppure durante l’estate i sondaggi sul “generic congressional vote” (quelli che che mettono a confronto i due partiti a livello nazionale, senza tenere conto dei singoli candidati) registravano un leggero vantaggio per i democratici, mentre oggi i repubblicani viaggiano con 3/4 punti percentuali di margine sugli avversari.

Perché, allora, con il crescere del Gop nei sondaggi gli analisti non hanno prodotto previsioni più favorevoli ai repubblicani? «Facciamo finta che alle elezioni di novembre i candidati repubblicani della Camera vincano, a livello nazionale, con un distacco del 6,8% come è avvenuto nel 2010 – spiega Kyle Klondik di “Crystal Ball” – Ebbene, quella straordinaria performance ha prodotto una Camera con 242 seggi occupati dal Gop. Ed è plausibile che, anche quest’anno, una vittoria in stile-2010 abbia lo stesso effetto, risultato in un guadagno netto di appena 8 seggi per i repubblicani. Il Gop, infatti, è già vicino al suo massimo teoricamente possibile e la lista degli obiettivi davvero appetibili è estremamente limitata».

Secondo Klondik, insomma, il Partito democratico non è più costretto a difendere un grande numero incumbent a rischio come nel 2010. E inoltre i suoi gruppi esterni di fundraising (i famigerati Super PAC) possono contare su un vantaggio finanziario non indifferente rispetto alle loro controparti repubblicane. «Questo non significa – conclude l’analista dell’Università della Virginia – che i democratici possano riconquistare la Camera, o perfino guadagnare qualche seggio, in un contesto nazionale a loro sfavorevole. Ma significa che sono posizionati in modo decente per limitare le proprie perdite anche in caso di un drastico peggioramento del contesto. Per cambiare in modo sostanziale la nostra previsione a favore del Gop, si dovrebbe assistere ad uno spostamento verso i repubblicani a livello locale, oltre che a livello nazionale. Per ora si è visto qualcosa, ma niente che posso suggerire un guadagno netto di seggi in doppia cifra».

Niente pronostici in “doppia cifra” per il Gop, dunque, almeno finora. E nessuno stravolgimento degli attuali rapporti di forza a Capitol Hill all’orizzonte. Ma questo non toglie che, sul territorio, si stiano combattendo battaglie durissime ed appassionanti. Avventuriamoci in un breve tour geopolitico di questa sanguinosa guerra di trincea.

LA PARTITA DEL NORD-EST SI GIOCA A NEW YORK

L’epicentro della campagna elettorale per la Camera nel Nord-Est è senza dubbio lo stato di New York. E questo è piuttosto sorprendente, soprattutto se si pensa che in Pennsylvania – dove alle Presidenziali non vince un repubblicano dal 1988 – il Gop dovrebbe in teoria difendere 13 distretti (contro 5). Anche nel cuore dell’America liberal, invece, i democratici giocano in difesa e si limitano a proteggere il loro dominio in Connecticut (5-0), Vermont (1-0) e Rhode Island (2-0), magari provando ad insidiare i repubblicani in New Jersey, dove attualmente il bilancio è di parità (6-6). I democratici puntano soprattutto al distretto “open” di New Jersey-3 (uno  spicchio di foreste e laghi incontaminati a due passi da New York City che collega l’Atlantico con i sobborghi di Philadelphia), in cui il repubblicano Jon Runyan ha deciso di non ripresentarsi. Il candidato del Gop, Tom MacArthur, sembra leggermente favorito sulla democratica Aimee Belgard, ma il seggio è ancora competitivo.

I democratici cercano anche di impedire l’avanzata repubblicana nel secondo distretto del Maine (in cui attualmente conducono 2-0). Maine-2 si estende su un territorio enorme, anche in questo caso coperto da foreste, che rappresenta i due terzi dell’intero stato ed è più grande di New Hampshire, Vermont e Massachusetts messi insieme. Con il democratico uscente Mike Michaud in corsa per la poltrona di governatore, il repubblicano Bruce Poliquin potrebbe avere una chance contro Emily Cain, ma vincere in Maine – per il Gop di oggi – non è mai semplice. Qualche speranza per i repubblicani arriva anche da Massachusetts-6, dove l’incumbent democratico John Tierney è stato sconfitto alle primarie da Seth Moulton, che dovrà vedersela con Richard Tisei (battuto di misura da Tierney nel 2012). La North Shore del sesto distretto è meno liberal rispetto al resto del Bay State (dove i democratici sono al momento sul 9-0) ma una vittoria repubblicana in Massachusetts resta un evento da pronosticare con molta cautela. Un altro distretto battleground è New Hampshire-1,  dove un tempo Mitt Romney trascorreva le vacanze nella sua casa da 10 milioni di dollari sul Lago Winnipesaukee: in scena va l’ennesima puntata dello scontro infinito tra la democratica Carol Shea-Porter (vittoriosa nel 2012) e il repubblicano Frank Guinta (che l’aveva spuntata nel 2010).

I distretti più competitivi del Nord-Est, comunque, restano quelli dello stato di New York. Oggi i democratici controllano 21 seggi su 27. In uno dei cinque distretti repubblicani – New York-11 (Staten Island/South Brooklyn) – i democratici sono all’attacco e l’incumbent Michael Grimm sembra particolarmente vulnerabile. Il Gop tenta di difendere anche i distretti 19 e 23, che coprono rispettivamente la Northern Hudson Valley e la Southern Tier di New York, ma Chris Gibson e Tom Reed danno l’impressione di poter resistere. Mentre i democratici, preoccupati (ma non troppo) per i seggi di Timothy Bishop (NY-1), Sean Patrick Maloney (NY-18) e Dan Maffei (NY-24), sono in grande difficoltà nel distretto 21, nella Northern Country di Upstate New York, lasciato open da Bill Owens, in cui la repubblicana Elise Stefanik è in testa nei sondaggi contro il film-maker democratico Aaron Wolf.

CALMA PIATTA SUL FRONTE DEL MIDWEST

Dalle acciaierie di Cleveland (Ohio) alle Grandi Pianure del North Dakota, il Midwest è un territorio complesso, che ospita dodici stati e una diversità demografica e politica senza paragoni negli Stati Uniti. Con qualche isolata eccezione, però, tutto il Midwest negli anni della presidenza Obama si è lentamente spostato verso destra. Tanto che oggi, in nove di questi dodici stati, alla Camera il Partito repubblicano controlla la maggioranza delle delegazioni congressuali. Si tratta di una superiorità che non è destinata a scomparire dopo le mid-term di novembre. Quasi ovunque, infatti, il Midwest si fa notare per la quasi totale assenza di distretti competitivi.

Ohio (con il Gop che controlla 12 seggi contro i 4 dei democratici), Indiana (7-2), Wisconsin (5-3), Missouri (6-2), North Dakota (1-0), South Dakota (1-0), Nebraska (3-0) e Kansas (4-0) stanno conoscendo un ciclo elettorale piuttosto tranquillo. E gli unici grattacapi per i repubblicani arrivano dal Michigan (9-5) e dall’Iowa (2-2). Nella Upper Peninsula di Michigan-1 l’incumbent repubblicano Dan Benishek tenta di difendere il seggio conquistato nel 2010 e conservato a stento (con appena duemila voti di vantaggio) nel 2012. Nelle colline del 7° distretto del Michigan meridionale, dove molti pensano che sia nato, nel 1854, il Partito repubblicano, Tim Walberg deve affrontare la temibile democratica Pam Byrnes, che ha sfoderato un fundraising al di sopra delle aspettative. Nel 3° distretto dell’Iowa, dove un tempo finiva la prima Transcontinental Railroad e partivano le spedizioni verso il West, la democratica Staci Appel contende al repubblicano David Young il seggio lasciato vacante da Tom Lathman.

Se in questi tre distretti il Gop gioca in difesa, negli unici due stati del Midwest in cui i democratici controllano più seggi degli avversari – Illinois (12-6) e Minnesota (5-3) – la situazione è opposta. In Illinois i distretti toss-up sono due: il 10° e il 12°. Nel primo, che comprende i sobborghi settentrionali di Chicago, nel 2012 il democratico Brad Schneider ha sconfitto con molta difficoltà il repubblicano uscente Robert Dold, che ora è in cerca della rivincita. Nel secondo, quello di East St. Louis nella parte sud-occidentale dello stato, la disastrosa situazione economica potrebbe favorire lo sfidante repubblicano Mike Bost contro l’incumbent democratico William Enyart.

Anche in Minnesota a rischiare sono due democratici. Nel 7° distretto rurale dell’Ovest, lotta per la sopravvivenza Collin Peterson, uno degli ultimi esponenti conservatori di un Partito democratico ormai sempre più spostato a sinistra: lo sfidante repubblicano Torrey Westrom è vicino in alcuni sondaggi, ma potrebbe non bastare. L’8° distretto, a nord-est del Lago Superiore, è invece un toss-up puro, con il repubblicano Stewart Mills (acerrimo sostenitore del Secondo Emendamento) e l’incumbent democratico Rick Nolan impegnati in uno scontro all’ultimo sangue.

PURPLE SOUTH

Diciassette stati, dal blu scuro del Delaware al rosso intenso del Texas: il Sud degli Stati Uniti non è un blocco monolitico come molti pensano, ma non c’è dubbio che negli ultimi decenni il Partito repubblicano abbia consolidato in modo sostanziale una superiorità elettorale che è iniziata a emergere prepotentemente ormai mezzo secolo fa. Questo dominio ha consentito al Gop, anche dopo il censimento del 2010, di “disegnare” distretti per la Camera particolarmente attenti a proteggere gli incumbent repubblicani da ogni spiacevole sorpresa. E anche questo ciclo elettorale dovrebbe scorrere via in modo piuttosto indolore.

I democratici controllano la maggioranza delle delegazioni congressuali soltanto nel “nord” del Sud, in Maryland (7-1) e Delaware (1-0). Mentre il Gop, con ogni probabilità, manterrà inalterato il proprio vantaggio in Kentucky (5-1), South Carolina (6-1), Tennessee (7-2), Alabama (6-1), Mississippi (3-1), Louisiana (5-1) e Oklahoma (5-0). L’attuale 9-4 in North Carolina, poi, si trasformerà molto probabilmente in un 10-3 con la conquista repubblicana del 7° distretto nel sud-est dello stato, diventato molto più “rosso” dopo il redistricting, lasciato libero dal centrista democratico Mike McIntyre.

Più complicata, ma ancora sotto controllo, la situazione in Arkansas (4-0), dove nel 2° distretto di Little Rock – culla del clintonismo –  il repubblicano French Hill e il blue dog democratico Patrick Hays si contendono il seggio lasciato vuoto da Tim Griffin. È open anche il 2° distretto della West Virginia (2-1 per il Gop), visto che Shelley Moore Capito ha deciso di correre per il Senato, ma Alex Mooney sembra avere un discreto vantaggio nei sondaggi sull’ex leader locale del Partito democratico, Nick Casey. Mentre rischia molto di più, nel 3° distretto – in piena coal country – il democratico Nick Rahall, ormai al suo diciannovesimo mandato, contro l’ex collega di partito Evan Jenkins, inserito dal National Republican Congressional Committee nella Top 10 degli “Young Guns” repubblicani per il 2014. Malgrado gli sforzi di Rahall per distanziarsi dalla “guerra al carbone” dichiarata dall’amministrazione Obama, il congressman democratico rischia di perdere il seggio conquistato nell’ormai lontano 1992.

Il ritiro di Frank Wolf nel 10° distretto ha messo in gioco un seggio anche in Virginia (8-3 per il Gop), dove l’unica sorpresa era finora stata la clamorosa sconfitta di Eric Cantor, vice di John Boehner nella leadership della Camera, durante le primarie repubblicane per il 7° distretto di Richmond. A Virginia-10, che comprende i sobborghi suburbani ed extraurbani a sud-ovest di Washington D.C., Barbara Comstock ha vinto le primarie del Gop e affronterà (da favorita) l’ex county supervisor di Fairfax, John Foust.

Se escludiamo la Georgia (9-5 per il Gop), dove nel 12° distretto di Augusta l’incumbent democratico John Barrow potrebbe soffrire a causa di un redistricting repubblicano particolarmente aggressivo, gli unici altri seggi competitivi a sud della Linea Mason-Dixon sono in Florida (17-10 per il Gop) e in Texas (24-11). Nel Sunshine State i toss-up sono almeno due. Il primo è Florida-2, nella panhandle della capitale Tallahassee, distretto storicamente democratico con una forte percentuale di afro-americani ma oggi “ritagliato” con sapienza dalla legislatura Gop per essere più equilibrato, in cui il repubblicano Steve Southerland cerca di difendere il seggio conquistato nel 2010 dall’attacco di Gwen Graham, figlia dell’ex governatore della Florida, Bob Graham. La dinamica della corsa è opposta nel 26° distretto di Homestead e delle Isole Keys, in cui l’incumbent democratico Joe Garcia è insidiato dal repubblicano Carlos Curbelo, nella sfida tutta ispanica in uno dei distretti più multietnici di tutti gli Stati Uniti.

Chiudiamo questo viaggio nel Deep South con l’unico seggio competitivo del Texas, quello in palio nel 23° distretto che comprende i sobborghi di San Antonio ed El Paso, appena a nord del confine con il Messico. Il freshman democratico Pete Gallego difende la vittoria ottenuta nel 2012 contro l’incumbent repubblicano Francisco Canseco, sconfitto quest’anno da Will Hurd alle primarie del Gop. Gallego è leggermente favorito, ma il distretto – vinto da Obama nel 2008 – ha votato per Mitt Romney nel 2012.

WILD WILD WEST

Politicamente, il West degli Stati Uniti è composto da due mondi molto diversi tra loro. C’è il West delle Montagne, dal Montana all’Arizona, dominato (con qualche eccezione) dai repubblicani. E quello del Pacifico, dallo stato di Washington alla California, che ormai da decenni è diventato una roccaforte democratica.

Partiamo dal Mountain West, in cui questo ciclo elettorale non dovrebbe presentare sorprese di particolare rilievo, consentendo ai repubblicani di mantenere la propria superiorità nelle delegazioni al Congresso di Montana (1-0), Idaho (2-0), Wyoming (1-0) e Colorado (4-3), conservare la parità in Nevada (2-2) e non cedere il suo unico seggio in New Mexico (1-2).

Il Gop è invece all’attacco in Arizona (4-5), dove insidia il 1° e il 2° distretto in mano ai democratici. Nel primo distretto, attraversato dalla Route 66 e decorato dalla struggente bellezza del Grand Canyon, la democratica Ann Kirkpatrick cerca di impedire allo speaker della Camera locale, Andy Tobin (che ha vinto per un soffio le primarie repubblicane), di farle lo stesso scherzo riuscito nel 2010 al Paul Gosar, che riuscì a batterla dopo appena un mandato. Nel 2° distretto di Tucson e Cochise County, il democratico Ron Barber difende invece il seggio lasciato vacante da Gabrielle Giffords e da lui conquistato (con un vantaggio inferiore all’1%) battendo la repubblicana Martha McSally in una special election nel giugno 2012. Il 3-1 del Gop nello Utah, infine, si trasformerà in un rotondo 4-0 quando Mia Love diventerà la prima donna repubblicana e afro-americana eletta al Congresso nella storia degli Stati Uniti, vincendo il seggio del 4° distretto (i sobborghi di Salt Lake City) lasciato open dal democratico Jim Matheson.

Procedendo verso la costa del Pacifico, i democratici dovrebbero avere vita facile nel conservare il loro vantaggio in Oregon (4-1) e nello stato di Washington (6-4). E in California, naturalmente, neppure uno tsunami potrebbe mettere in pericolo il loro enorme distacco (38-15) nei confronti dei repubblicani. Anzi, nel 31° distretto della San Bernardino County il ritiro di Gary Miller ha rimesso in gioco i democratici e il repubblicano Paul Chabot avrà grandi difficoltà a mantenere il controllo di un distretto che nel 2012 ha votato al 57% per Obama.

Ci sono almeno un paio di seggi democratici del Golden State, però, a cui il Gop guarda con interesse. Si tratta del 7° distretto, che comprende i sobborghi di Sacramento, e del 52° distretto a San Diego. A San Diego si scontrano l’incumbent democratico Scott Peters e il repubblicano Carl DeMaio. I due sono appaiati in tutti i sondaggi, in un distretto di tradizione repubblicana diventato più blu dopo il redistricting democratico. Mentre California-7 vede il freshman democratico Ami Bera impegnato in un testa-a-testa serrato con il repubblicano Doug Ose, che alle primarie (in California si usa il sistema delle blanket primary, tutti contro tutti con il ballottaggio tra i primi due) si è sbarazzato di un manipolo di colleghi del Gop molto meno competitivi di lui. Gli analisti che imputano al Partito repubblicano, soprattutto negli stati blu, la tendenza a scegliere candidati troppo estremi rispetto alla mediana dello spettro ideologico statunitense, proprio in sfide come quella di Sacramento potranno assistere alla conferma (o alla smentita) delle proprie teorie.

(2/continua)

© Il Foglio, dall’edizione del 7 ottobre 2014