USA 2014. 4) Il Senato sul filo del rasoio

© Il Foglio, dall’edizione del 23 ottobre 2014
cartina-senato-ottobreIl piatto forte delle elezioni di midterm è senza dubbio la corsa per il Senato. Oggi i democratici possono contare su una maggioranza di 53 seggi (più 2 “indipendenti” che votano quasi sempre insieme a loro) contro i 45 seggi repubblicani. Il 4 novembre si vota per eleggere 33 senatori (su 100) che resteranno in carica per i prossimi sei anni. E in altri tre stati (Hawaii, South Carolina e Oklahoma) sono state indette elezioni speciali per riempire i seggi lasciati vacanti durante la legislatura che si sta per concludere.

Vista la mappa delle regioni coinvolte e la scarsa popolarità di cui gode attualmente Barack Obama, le speranze repubblicane di conquistare il controllo del Senato non sono poche. Nel ciclo elettorale che cade nel centesimo anniversario della prima elezione diretta dei senatori statunitensi (prima della ratifica del 17° Emendamento, nel 1913, i senatori venivano scelti dai Parlamenti locali), per lasciare Obama in minoranza fino al 2016 il Gop deve strappare almeno 6 seggi ai democratici, senza perderne nessuno. Non sarà facile, ma i repubblicani hanno più di un sentiero a disposizione per centrare l’obiettivo. Ma andiamo con ordine: escludendo gli stati in cui non si vota, il punteggio di partenza è di 34-30 per i democratici.

SOLID BLUE, SOLID RED

Tra gli stati considerati “non competitivi” dagli analisti, il Partito democratico può contare su tre roccaforti liberal del New England (Delaware, Massachusetts e Rhode Island) e sulle Hawaii. Mentre il Gop non avrà problemi nel difendere undici seggi: Alabama, Idaho, Maine, Nebraska, Tennessee, Texas e Wyoming, oltre a due seggi in Oklahoma e due in South Carolina. E conquisterà sicuramente il seggio lasciato libero in Montana dal democratico Max Baucus. Dal 34-30 a favore dei democratici, insomma, si passa immediatamente al 42-38 per il Gop.

La situazione si rimette in equilibrio contando anche gli stati competitivi, ma nei quali uno dei due partiti è nettamente favorito. In questa categoria, infatti, i democratici godono dei favori del pronostico in Illinois, Minnesota, New Jersey, New Mexico, Oregon e Virginia. Mentre il Gop può contare soltanto sul Mississippi e sulla West Virginia, che però rappresenterebbe il secondo stato strappato ai democratici dopo il Montana. Il punteggio, a questo punto, è fermo sul 44-44, con i repubblicani che hanno già messo al sicuro due pick-up sui sei necessari per ottenere il controllo del Senato.

Ci sono due stati, poi, che potrebbero ancora riservare qualche sorpresa nelle ultime settimane di campagna elettorale, ma che quasi tutti gli analisti considerano comunque già al sicuro. Uno è il Michigan, in cui i repubblicani hanno a lungo accarezzato la speranza che Terry Lynn Rand potesse dare fastidio a Gary Peters nella sfida per il seggio lasciato “open” dal senatore democratico Carl Levin. Ma la candidata repubblicana non è riuscita a capitalizzare una buona partenza nella campagna elettorale e si è sempre trovata ad inseguire nei sondaggi. Il numero  molto alto di indecisi potrebbe, in teoria, ancora innescare una rimonta nel giorno del voto, ma alla Land servirà un vero miracolo per battere Peters.

In South Dakota, invece, il repubblicano Mike Rounds è il favorito naturale per sostituire il senatore democratico uscente Tim Johnson. Ma il vantaggio accumulato da Rounds su Rick Weiland potrebbe essere vanificato dalla presenza di un terzo candidato – l’ex senatore repubblicano Larry Pressler – che è tornato in campo dopo essere stato sconfitto proprio da Johnson nel 1996. Pressler, oggi “indipendente con simpatie democratiche”, in alcuni sondaggi è addirittura davanti a Weiland ma, in uno stato dove Romney ha battuto Obama con quasi 20 punti di distacco, alla fine Rounds dovrebbe riuscire a venirne fuori senza troppi problemi.

A meno di soprese dell’ultimo minuto, dunque, aggiungendo alla nostra lista anche Michigan e South Dakota arriviamo a un punteggio di 45-45, con tre pick-up repubblicani. Restano dieci stati, a lungo considerati toss-up dagli analisti: sette sono oggi in mano ai democratici, tre sono repubblicani. Per ottenere la maggioranza al  Senato (con un 50-50 il voto decisivo spetterebbe al vicepresidente Joe Biden), il Gop deve vincere in tre dei sette stati democratici, a patto di non perdere nessuno dei tre stati repubblicani.

ALASKA (D)

Nel 1959 Alaska e Hawaii diventano il 49° e il 50° stato dell’Unione. E tutti gli osservatori concordano sul fatto che l’Aloha State può rappresentare un contrappeso repubblicano all’Alaska, destinato a diventare una roccaforte democratica. In realtà accade esattamente l’opposto. Dal 1960 al 1968 l’Alaska vota più o meno come il resto degli Stati Uniti. Poi, però, inizia a concentrarsi principalmente sugli argomenti legati alla trivellazione del petrolio, che interessano direttamente i suoi cittadini. E non ha altra scelta che votare quasi sempre contro un Partito democratico sempre più ambientalista. Il primo segnale di questo cambiamento strutturale arriva nel 1970, con l’elezione del senatore Ted Stevens.

Proprio per mantenere il controllo del seggio strappato per un soffio a Stevens nel 2008, oggi il senatore democratico Mark Begich tenta di rintuzzare l’assalto del repubblicano Dan Sullivan, uscito vincitore da un ciclo di primarie molto duro in cui ha battuto anche l’ex candidato al Senato del 2010, Joe Miller, malgrado l’endorsement di Sarah Palin a favore di quest’ultimo. Dopo le primarie, Sullivan fatica a trovare il ritmo giusto per la sua campagna. E Begich, malgrado un’indice di approvazione non esaltante, rimane in testa nei sondaggi fino a luglio. Da agosto ad oggi, però, Sullivan è in vantaggio secondo tutti gli istituti di ricerca. Rothenberg e Cook continuano a considerare la corsa toss-up (troppo incerta per un pronostico definitivo), ma la Crystal Ball di Larry Sabato vede favorito il candidato repubblicano, al quale i modelli di previsione specializzati assegnano un’alta probabilità di vittoria, che oscilla tra il 68 per cento di Pollster al 95 per cento del Washington Post.

ARKANSAS (D)

Quando, nel 1978, il democratico David Pryor viene eletto per la prima volta al Senato, l’Arkansas è ancora un “one-party state”, con i repubblicani in grado di conquistare solo 6 seggi su 135 nel parlamento locale e il Gop capace di eleggere solo un governatore dai giorni della Reconstruction, senza mai riuscire ad ottenere più del 40 per cento dei voti per quasi settant’anni.

Quando, nel 2002, Mark Pryor “eredita” il seggio del padre, l’Arkansas è già molto diverso. I repubblicani sono riusciti a vincere le elezioni per il governatore nel 1980 e nel 1998 e a Washington è perfino arrivato, nel 1996, un senatore del Gop. Ma l’Arkansas continua a preferire i democratici nelle elezioni per il Congresso. E Pryor batte il repubblicano Tim Hutchinson malgrado il buon anno del Gop a livello nazionale, per poi correre nel 2008 senza avversari verso la rielezione.

Nell’ultimo decennio, però, il baricentro politico del Natural State si è spostato ancora di più verso destra. E il 4 novembre Pryor Jr. deve vedersela con uno dei candidati repubblicani più solidi di questo ciclo elettorale, l’ex capitano dell’esercito (e laureato alla Harward Law School) Tom Cotton. Cotton ha anche il vantaggio di aver rappresentato per anni – nell’assemblea legislativa dello stato – il sud dell’Arkansas, una swing-area essenziale per le speranze di vittoria dei candidati democratici.

Considerando l’ostilità dello stato nei confronti dei democratici (e di Barack Obama in particolare), Pryor sta facendo il possibile. E in primavera è riuscito anche a restare in testa ai sondaggi per qualche settimana. Da maggio, però, il vento sembra essere girato a favore di Cotton, che conduce in 13 degli ultimi 15 sondaggi realizzati nello stato. Rothenberg e Sabato vedono leggermente favorito il candidato repubblicano, mentre Cook non si muove ancora dal toss-up. Tra i modelli statistici, si passa da una probabilità di vittoria del 58 per cento (Pollster) al 90 per cento del Washington Post, sempre in favore di Cotton.

COLORADO (D)

Da decenni il Colorado, anche al Senato, mantiene fede alla sua fama di swing-state. Negli anni Sessanta manda due repubblicani al Congresso. Ma nel 1975 li ha già sostituiti con due democratici. Negli anni Ottanta i due partiti si dividono i seggi, ma negli anni Novanta i repubblicani tornano a fare l’en plein. Nel 2004, però, Ken Salazar conquista il seggio lasciato libero da Ben Nighthorse Campbell. E quattro anni più tardi Mark Udall rimpiazza Wayne Allard battendo nettamente l’ex congressman repubblicano Bob Schaffer.

Recentemente, il pendolo ideologico del Centennial State sembra essere tornato a muoversi verso destra, anche se nel 2010 il Gop ha commesso un mezzo suicidio ed è riuscito a farsi sfuggire un seggio praticamente già vinto, quello lasciato vuoto da Salazar dopo la sua nomina a ministro dell’Interno dell’amministrazione Obama (e conquistato da Michael Bennet battendo il candidato dei Tea Party, Ken Buck).

A novembre, Udall  – oltre a trovarsi di fronte Cory Gardner, stella nascente del Gop – deve vedersela con un contesto molto ostile nei confronti del Partito democratico, con due senatori locali cacciati con il recall e un terzo costretto a dimettersi per evitare la stessa fine.

Fino all’inizio di settembre, Udall è rimasto in testa nei sondaggi, anche se distante da quel 50 per cento che rappresenta la soglia di sicurezza per un incumbent. Ma Gardner è in vantaggio in sette delle ultime otto rilevazioni. E l’inerzia della corsa sembra essere passata dalla sua parte. Mentre i pronosticatori di professione, prudentemente, continuano a etichettare lo stato come toss-up, i modelli di previsione statistica si sbilanciano leggermente verso il Gop, con le probabilità di vittoria che oscillano tra il 55 per cento (Pollster) e e l’83 per cento (Washington Post) a favore di Gardner.

GEORGIA (R)

La Georgia è l’ultimo stato del Sud ad abbandonare le proprie radici democratiche anche nelle elezioni locali. Lo strappo arriva nel 2002, quando va in frantumi quell’alleanza tra elettori afro-americani delle aree urbane e voto bianco rurale che consente al Partito democratico di controllare l’ufficio del governatore, il Parlamento locale e spesso anche un seggio del Senato. La “rivolta bianca” delle campagne manda a casa governatore e senatore nel 2002. E due anni più tardi si ripete, regalando al Gop il controllo dell’assemblea legislativa.

Oggi, però, i democratici hanno una chance concreta di recuperare almeno un seggio del Senato, approfittando del ritiro del repubblicano Saxby Chambliss. A sfidarsi sono due cognomi importanti per il Peach State. Il primo è quello del repubblicano David Perdue, cugino dell’ex governatore Sonny, uscito vincente – un po’ a sorpresa – da un combattuto ciclo di primarie. Il secondo è quello della democratica Michel Nunn, figlia dell’ex senatore Sam.

La corsa è incerta fin dalle sue prime battute, con i due candidati che si scambiano la testa nei sondaggi praticamente ogni settimana. Fino a una settimana fa, Perdue era leggermente davanti, anche se distante dal 50 per cento che gli consentirebbe di evitare il ballottaggio a due previsto dalla legge elettorale dello stato e fissato per il 6 gennaio del prossimo anno (dopo l’insediamento del 114° Congresso a Washington). Ma una mezza gaffe del candidato repubblicano sull’outsourcing dei posti di lavoro ha nuovamente galvanizzato i democratici, che ora vedono il traguardo a portata di mano.

In ogni caso, il probabile run-off in Georgia è uno dei motivi per cui potrebbe essere impossibile, dopo il voto del 4 novembre, sapere con certezza se i repubblicani sono riusciti a conquistare il controllo del Senato. Per Cook e Sabato la sfida è ancora toss-up, mentre Rothenberg vede Perdue in lievissimo vantaggio. Proprio come i modelli statistici, in cui la probabilità di vittoria del candidato repubblicano passa dal 54 per cento del Princeton Election Consortium al 73 per cento del Daily Kos.

IOWA (D)

L’Iowa nasce repubblicano. Dal 1858 al 1924 non elegge mai un senatore democratico. E fino al 1990 non ne lascia mai uno a Washington per due mandati consecutivi. Ma già negli anni Sessanta le tendenze pacifiste e populiste dello stato mettono in moto un lento processo di scivolamento verso la sinistra dello spettro ideologico statunitense, solo brevemente interrotto da un revival repubblicano sul finire degli anni Settanta. La crisi agricola degli anni Ottanta stabilizza definitivamente l’Iowa come swing-state leggermente spostato a sinistra ma con un’anima rurale capace, a volte, di regalare qualche soddisfazione al Gop.

Con il seggio del Senato lasciato “open” dal ritiro del senatore democratico Tom Harkin, i repubblicani sembravano aver sprecato l’ennesima ghiotta occasione dopo  la vittoria, alle primarie, della semi-sconosciuta senatrice locale Joni Ernst. Mentre i democratici erano molto soddisfatti della selezione del congressman Bruce Braley, considerato uno dei loro candidati migliori in tutto il ciclo elettorale.

Contrariamente a ogni pronostico, invece, la Ernst si è finora distinta per una campagna elettorale impeccabile, mentre Braley continua ad inanellare una gaffe dietro l’altra. A partire da gennaio quando, durante una cena di finanziamento (in Texas), ha etichettato il senatore senior dell’Hawkeye State – il repubblicano Chuck Grassley – come «un contadino che non ha mai studiato legge». Peccato che in Iowa, a parte che nelle roccaforti urbane democratiche, tutti siano contadini o figli di contadini. Dal quel momento, una corsa che sembrava vinta in partenza si è trasformata in una corsa competitiva che Cook e Rothenberg giudicano toss-up, mentre Sabato e i modelli di previsione statistica considerano più facile da vincere per il Gop, con percentuali che oscillano dal 57 per cento di Pollster all’87 per cento del Washington Post.

KANSAS (R)

Nei 98 anni in cui il Kansas ha eletto direttamente i suoi senatori, i candidati del Partito democratico l’hanno spuntata soltanto tre volte. E la loro vittoria più recente risale al 1932, quando George McGill vince un’anomala corsa a tre, con il 46 per cento dei voti. È dal 1938, insomma, che il Sunflower State è rappresentato al Senato dai repubblicani. Una striscia di successi consecutivi che è anche un record assoluto per la storia politica degli Stati Uniti. Non è una sopresa, dunque, che anche quest’anno le elezioni in Kansas siano state a lungo considerate una sorta di formalità per il Gop.

Tutto cambia quando, alle primarie repubblicane, il medico Milton Wolf decide di sfidare il senatore uscente Pat Roberts con l’appoggio dei Tea Party. Ne viene fuori una corsa senza esclusione di colpi, che spacca in due il partito. E che Roberts vince senza brillare con meno del 50 per cento dei voti. Indebolito dalle primarie, Roberts sembra comunque ancora il netto favorito in una corsa a tre (come nel 1932) con il democratico Chad Taylor e l’indipendente Greg Orman.

Ma tutto cambia, ancora una volta, quando i democratici decidono di far fuori Taylor per puntare tutto su Orman. Dopo un scontro feroce tra il segretario di stato (repubblicano) Kris Kobach e la Corte Suprema dello stato, a settembre il nome di Taylor viene definitivamente cancellato dalle schede elettorali. Per Orman, in vantaggio di una decina di punti nei sondaggi testa a testa con Roberts, si apre una prateria. E per la prima volta il Kansas debutta nella lista degli stati chiave sotto osservazione.

La decisione della Corte Suprema favorisce sicuramente Orman nel breve periodo, ma permette anche a Roberts di sottolineare le forti affinità del candidato indipendente con il Partito democratico. E l’establishment del Gop reagisce con prontezza, inviando in trasferta personaggi del calibro di Mitt Romney, Jeb Bush, Rand Paul e Paul Ryan per aiutare Roberts nella rimonta. Una rimonta che, nel momento in cui scriviamo, ha portato i due candidati in perfetta parità nei sondaggi. Oggi la corsa è un toss-up per Cook, Rothenberg e Sabato. Grande incertezza anche da parte dei modelli statistici: si va dal 69 per cento per cento a favore di Orman del Princeton Election Consortium fino al 61 per cento a favore di Roberts di PredictWise.

KENTUCKY (R)

A cavallo tra il Midwest e il Sud, negli ultimi decenni – sotto il profilo elettorale – il Kentucky si comporta in modo sempre più simile alla Bible Belt. Questo slittamento a destra diventa ancora più evidente negli ultimi anni, con il Partito democratico non più in grado di mantenere il proprio tradizionale controllo sulle contee minerarie del nord dello stato. Jeffersoniano fino al midollo, però, il Bluegrass State vede sempre con sospetto l’eccessiva accumulazione di potere nelle mani di un solo individuo o di un solo partito. E, soprattutto a livello locale, vota in modo apparentemente schizofrenico. Alle Presidenziali, per esempio, il Kentucky è uno stato rosso scuro ormai da tempo, mentre nelle elezioni per il governatore il Gop riesce a vincere solo tre volte negli ultimi settant’anni.

Nel 2014, con un senatore repubblicano uscente estremamente impopolare (il leader della minoranza Mitch McConnell),  i democratici sognano a lungo di strappare al Gop un seggio cruciale per mantenere il controllo del Senato. Fino alla primavera il candidato democratico Alison Lundergan Grimes rimane molto vicino a McConnell nei sondaggi, in qualche caso finendo addirittura davanti, grazie anche a una campagna per le primarie repubblicane in cui volano letteralmente gli stracci. Ma la sua strategia troppo attendista, concentrata unicamente nello sfruttare l’impopolarità di McConnell mantenendo le distanze da Obama (con risultati, a volte, francamente comici), alla lunga non paga. E ormai da luglio il Gop può gestire un vantaggio modesto ma piuttosto stabile.

Ormai la corsa è un toss-up solo per Cook, mentre Rothenberg e (con più convinzione) Sabato pronosticano una vittoria repubblicana. La stessa previsione arriva dai modelli statistici, che oscillano tra una probabilità di vittoria per McConnell tra il 67 per cento (Pollster) e il 99 per cento (Washington Post).

LOUISIANA (D)

Anche in Louisiana, come in Georgia, il voto del 4 novembre potrebbe non essere sufficiente per conoscere il nome del senatore che rappresenterà lo stato nel 114° Congresso. Nel Bayou State si utilizza il “blanket primary system”, in cui tutti i candidati possono correre contro il senatore uscente direttamente alle elezioni generali. Se nessuno riesce a ottenere il 50 per cento dei voti, i primi due arrivati si scontrano un mese dopo in un run-off.

Come molti altri stati del Sud, la Louisiana è a lungo dominata dal Partito democratico. Ma quando la presa inizia ad allentarsi con la Southern Strategy di Nixon e Goldwater, lo stato cominci a votare per il Gop, prima alle Presidenziali, poi alla Camera e infine alle elezioni per il governatore. Bisogna aspettare il 2004, però, prima di assistere – con David Vitter – alla vittoria di un repubblicano al Senato.

Oggi, con lo stato saldamente in mano ai repubblicani, ad ogni livello, l’unica speranza della superstite incumbent democratica, Mary Landrieu, è quella di evitare il ballottaggio e raggiungere il 50 per cento già a novembre. Ma, tra lei e lo sfidante Bill Cassidy, il più vicino al “numero magico” sembra proprio il candidato repubblicano, anche se le simpatie dei Tea Party per il libertarian Rob Maness rimanderanno probabilmente la sua vittoria a dicembre. Mentre gli analisti continuano a nascondersi dietro al toss-up, i modelli di previsione assegnano al Gop una probabilità di vittoria che va dal 76 per cento di Fivethirtyeight al 96 per cento del Washington Post.

NEW HAMPSHIRE (D)

Nel 2010, la vittoria del repubblicano Scott Brown nella special election per il seggio dello scomparso Ted Kennedy in Massachusetts provoca un terremoto a Washington. E riesce quasi a far deragliare il treno dell’approvazione dell’Obamacare. Oggi, dopo aver perso il seggio nel 2012 contro l’ultra-liberal Elizabeth Warren, Brown prova nuovamente il colpaccio in New Hampshire, stavolta contro l’incumbent Jeanne Shaheen. Il vantaggio della senatrice democratica, a lungo in doppia cifra, si è progressivamente ridotto durante la campagna elettorale. Tanto che oggi Brown è vicinissimo nei sondaggi.

L’anima indipendente e vagamente libertarian del Granite State, che fino a qualche anno fa contribuiva a rendere il New Hampshire l’unica oasi viola nell’oceano blu scuro del New England, potrebbe facilitare l’impresa di Brown. Ma la sensazione di molti è che la sua rimonta sia partita troppo tardi per potersi realizzare entro il 4 novembre. A meno di un’onda repubblicana più devastante di quella prevista finora.

Se per Cook siamo di fronte a un toss-up, Rothenberg e Sabato vedono ancora in vantaggio la Shaneen, che è data per favorita anche dai modelli statistici, con probabilità di vittoria che oscillano tra il 61 per cento di Pollster e il 99 per cento del Washington Post.

NORTH CAROLINA (D)

Vinta per un soffio da Obama nel 2008 e per un soffio da Romney nel 2012, la North Carolina sembra aver trovato una sua dimensione da swing-state dopo il dominio democratico successivo alla Guerra Civile e quello repubblicano post-Nixon. Per essere competitivi, però, i democratici hanno assolutamente bisogno di un’alta affluenza alle urne da parte della comunità afro-americana, che in genere durante le elezioni di mezzo termine non riesce a ripetere il turn-out garantito alle Presidenziali. Anche per questo motivo, fin dall’inizio del ciclo elettorale, il Gop si concentra per strappare il seggio del Tar Heel State alla senatrice democratica Kay Hagan, che però si dimostra un osso più duro del previsto per lo sfidante repubblicano Thom Tillis.

Dopo aver mantenuto per mesi un vantaggio lieve ma costante, però, nelle ultime settimane la Hagan sembra un po’ in affano. E l’esito della sfida potrebbe dipendere dalla perfomance del candidato libertarian Sean Haugh, che finora nei sondaggi sottrae voti soprattutto a Tillis. La gara è ancora incerta, con Cook e Rothenberg fermi sul toss-up e Sabato più sbilanciato verso i democratici. Puntano sulla Hagan anche i modelli statistici, assegnandole una probabilità di vittoria che va dal 61 per cento di Pollster al 96 per cento del Washington Post.

TIRANDO LE SOMME

Con dieci stati ancora incerti, le possibili combinazioni di risultati nel voto del 4 novembre sono moltissime. I repubblicani potrebbero trovare i tre seggi necessari per conquistare il controllo del Senato (oltre a quelli di Montana, West Virginia e South Dakota) vincendo in Alaska, Arkansas e Louisiana, dove attualmente sono nettamente favoriti. Ma perdendo altrove – per esempio in Kansas, Georgia o Kentucky – avrebbero bisogno di altri pick-up. Le possibilità non mancano (in Iowa e Colorado, soprattutto), ma con un quadro politico estremamente instabile – dopo l’Isis è arrivato anche il virus Ebola a complicare la situazione – la tentazione è quella di rifugiarsi sempre più spesso nel toss-up, come tendono a fare gli analisti storici (soprattutto Cook).

Grazie alla potenza di calcolo dei computer moderni, però, alcuni istituti di ricerca e mezzi di informazione hanno realizzato dei modelli di previsione statistica grazie ai quali possono “macinare” un numero impressionante di scenari, dando agli analisti la possibilità di sbilanciarsi con più disinvoltura. Delle probabilità di vittoria assegnate da questi modelli ai candidati nei singoli stati abbiamo già accennato, ma quale è il risultato di queste elaborazioni rispetto alle chance repubblicane di conquistare la maggioranza al Senato?

Malgrado l’incertezza generale, è interessante notare come le previsioni – anche se partendo da premesse e da algoritmi completamente diversi – stiano lentamente convergendo. Nel momento in cui scriviamo, lo scenario peggiore per il Gop è quello elaborato dal Princeton Election Consortium di Sam Wang, che assegna ai repubblicani il 59 per cento di probabilità di ottenere il controllo del Senato. Questo numero sale leggermente (64 per cento) nel modello di Nate Silver per Fivethirthyeight e arriva al 66 per cento sul New York Times e nell’Election Outlook del sito progressista Daily Kos. Intorno alla soglia dei due terzi, con il 67 per cento, anche Pollster, il sito fondato dal sondaggista democratico Mark Blumenthal e oggi parte integrante dell’Impero Huffington. Molto più sbilanciata verso il Gop invece è la previsione dell’Election Lab del Washington Post, che regala ai repubblicani il 93 per cento di possibilità di vittoria.

A metà strada tra il Washington Post e i concorrenti si piazzano PredictWise – con il 76 per cento – e i bookmaker di BetFair, che oggi pagano il successo repubblicano 1,27 volte la giocata: cioè credono che la vittoria del Gop abbia più dell’81 per cento di probabilità di avverarsi. Prima di investire tutti i vostri risparmi, però, sarà bene aspettare almeno un’altra settimana. Perché, in una campagna elettorale “volatile” come quella del Senato americano, è già accaduto di tutto. E tutto potrebbe ancora accadere.

(4/continua)

© Il Foglio, dall’edizione del 23 ottobre 2014