La battaglia delle identità

charlie

No, non sono soddisfatta. Se da un lato ho apprezzato il rifiuto di tanti musulmani europei del terrorismo che ha spazzato via Charlie Hebdo – e non solo, ed è stato bello vederli in piazza a manifestare la propria solidarietà e il proprio dissenso, non si può dire che il mondo islamico occidentale, per non parlare di quello arabo, abbia fieramente condannato quanto accaduto a Parigi. Troppi distinguo, troppa fretta di attribuire il gesto a dei pazzi che con l’Islam non c’entrerebbero nulla. Molti dei giovani musulmani intervistati in varie trasmissioni televisive non hanno neanche sentito il bisogno di prendere le distanze, semplicemente perché, hanno sostenuto, l’Islam non è questo e di conseguenza non li riguarda.

Ora, io capisco che i musulmani europei non possano sentirsi in dovere di giustificarsi per la propria religione ogni volta che il terrorismo colpisce, ma nessun cristiano potrebbe sostenere che le Crociate, per il solo fatto di aver agito in contraddizione con l’autentico spirito del cristianesimo, siano state qualcosa di estraneo alla loro fede. Non regge. E non importa che ci siano giornalisti, intellettuali, politici e persino sindacalisti che si siano spinti a mettere in dubbio il valore oggettivo di certe libertà, a immaginare l’ennesimo complotto dei servizi segreti o a correre a rassicurarci che il terrorismo è qualcosa di totalmente estraneo alla religione islamica. Di questi fini pensatori l’Occidente pullula, e ascoltiamo volentieri le loro teorie proprio in nome di quei valori che costituiscono la nostra identità, alla quale, per l’appunto, vorremmo non dover rinunciare. E qui si pone il problema. L’identità.

I binari su cui si deve combattere questa guerra sono due, e riguardano entrambi l’identità. Quella dell’Occidente, da una parte, e quella dell’Islam, dall’altra. Da un lato ci sono gli occidentali, che mai come adesso devono ritrovare l’orgoglio della propria civiltà, con tutte le sue imperfezioni, e dimostrare chiaramente che non intendono rinunciare a nessuna delle sue prerogative; devono mantenere aperta la propria società pretendendo però che l’accoglienza e la tolleranza che la caratterizzano non la snaturino; non devono arretrare di fronte alle richieste degli immigrati di modificare le usanze e le tradizioni che ai loro occhi appaiono offensive, e devono pretendere che chi intende vivere stabilmente in Occidente ne accetti tutte le sue leggi e usanze. Deve essere chiaro che le società liberaldemocratiche si differenziano dal resto del mondo per le libertà e i diritti che riservano ai propri cittadini, primi fra tutti quello di professare la propria fede ed esprimere le proprie opinioni, ma questi sono controbilanciati dal dovere di rispettare la eguale libertà degli altri e le leggi che sorreggono lo Stato. Che devono valere per tutti, vecchi e nuovi cittadini europei, americani o australiani. Se queste regole non sono condivise e accettate, non è scritto da nessuna parte che si debba vivere in America, in Francia, in Italia o in Germania.

Ma, affinché quella occidentale resti una società aperta e ritrovi la pace, è necessario che anche la guerra identitaria interna all’Islam abbia un epilogo. I terroristi della strage di Charlie Hebdo erano islamici come lo sono gli esponenti delle comunità musulmane che ne hanno preso le distanze, ma è ormai innegabile che anche molti membri di quelle stesse comunità coltivino sentimenti estremisti e che il fanatismo, all’interno del mondo musulmano occidentale, non sia affatto marginale. Allora è legittimo chiedersi chi rappresenti le istanze del vero Islam e quale sia, in definitiva, la sua vera identità. Esiste un Islam moderato, o, più esattamente, laico? Ci sono interpretazioni del Corano che legittimino la separazione della sfera religiosa da quella politica? Esiste una corrente di pensiero moderna e riformista nel mondo arabo? Probabilmente sì, se è vero, come è vero, che le voci più progressiste vengono facilmente spente nel sangue, ma è tutto da dimostrare che queste voci abbiano un reale seguito tra le comunità musulmane occidentali. E dunque il problema fondamentale rimane quello dell’identità, ed è compito dei musulmani che sostengono di essere moderati dimostrare che l’Islam non è il Califfato, al Qaeda o Boko Haram; sta a loro combattere questa battaglia, perché senza di loro sarà difficile vincere la guerra, perché il terrorismo miete migliaia di vittime musulmane ogni giorno, e perché tutte le religioni, come le ideologie, prima o poi devono confrontarsi con la Storia. Alcune ne sono uscite riformate, altre hanno dimostrato la propria irriformabilità e si sono marginalizzate, non prima di aver sterminato quanti più nemici possibili, primi fra tutti gli amici più moderati.

L’Occidente è in grave pericolo e molto dipenderà dalle decisioni e dalle misure che verranno prese a breve giro, ma anche il mondo islamico è a un bivio. Ed entrambi abbiamo molto da perdere.