Usa 2016. First Shots

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Primi colpi della campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti. La notizia del giorno è sicuramente la discesa in campo di Hillary Clinton, che si candida per il Partito Democratico e aspira alla successione di Barack Obama. Di qui al 2016 assisteremo ancora a molti altri cambiamenti e colpi di scena.

Contrariamente alle elezioni del 2012 e analogamente a quelle del 2008, il presidente in carica è giunto alla fine del suo secondo mandato, dunque si disputeranno le elezioni primarie sia nel Partito Repubblicano che in quello Democratico. Tutti i media americani scommettono su Hillary Clinton, il candidato più forte in assoluto: stando alla media dei sondaggi americani è ancora in grado di battere ogni possibile candidato repubblicano. L’ex segretaria di Stato non ha ancora annunciato ufficialmente la sua candidatura, ma ha dichiarato ieri che la formalizzerà domenica prossima. L’elenco dei candidati democratici che si contrapporrebbero all’ex first lady, per ora, si limita a tre sfidanti ben poco credibili: Jeff Boss (teorico della cospirazione), Vermin Supreme (comico surrealista) e Robby Wells (allenatore della squadra della Savannah University di football americano). Sembra abbastanza chiara l’intenzione, da parte dei veri sfidanti democratici, come il vicepresidente Joe Biden, di attendere tempi migliori prima di candidarsi.

I repubblicani, contrariamente ai loro rivali, hanno già più nomi seri sul tappeto. I meno probabili sono Jack Fellure (ex leader del Partito Proibizionista) e Mark Everson (ex direttore dell’agenzia delle entrate nel Mississippi). A meno che non si torni a un puritanesimo anni ’20, è difficile che un candidato del Partito Proibizionista possa passare le prime selezioni delle primarie. Così come appare quasi uno scherzo che un direttore del fisco possa candidarsi nel partito anti-statalista e anti-fisco per eccellenza.

Andando sui due più seri, quelli che si candidano perché ci credono, sono Ted Cruz e Rand Paul, il primo senatore del Texas e il secondo Kentucky. Rappresentano due componenti importanti del Partito Repubblicano: rispettivamente il Tea Party e i libertari. Entrambi sono fortemente anti-statalisti, agli occhi di un italiano sarebbero indistinguibili. Il Corriere della Sera ha dunque dedicato a entrambi una paginata di scherno insultante. C’è tuttavia una differenza che non cogliamo, ma che è fondamentale: Ted Cruz rappresenta l’America conservatrice, quella del Texas, fatta di libertà economica, bassa tassazione, valori tradizionali della famiglia, patriottismo e lotta contro le tirannie nel mondo. Rand Paul è invece esponente della minoranza libertaria, contro lo Stato tout court. Dunque, dove i repubblicani conservatori sono per il proibizionismo sulla droga, Rand è per lasciarla libera. Dove i repubblicani sono patriottici, Paul è isolazionista (o non-interventista, come si definisce lui). Dove i conservatori sono per la sicurezza senza se e senza ma, il senatore Paul è contro l’uso dei droni, la Nsa e la licenza di uccidere della Cia. E si è distinto per la sua filippica di 13 ore filate in Senato contro la nomina di Brennan alla Cia, proprio per il suo coinvolgimento di primo piano nella guerra dei droni. Il vantaggio di un libertario è potenzialmente quello di prendere voti anche da sinistra, per l’atteggiamento molto più aperto sulle libertà civili e sulla guerra. Lo svantaggio è di non prendere i voti dei conservatori per gli stessi motivi. E alla fine, prima di arrivare alla nomination, si devono pur vincere i cuori e le menti dei conservatori e dei repubblicani in senso lato.

Rand Paul, c’è da dire, è partito subito in quarta, raccogliendo 1 milioni di dollari in donazione nell’istante in cui si è presentato. Ha anche vinto il sondaggio all’ultima C-Pac, la convention conservatrice. Ma non vuol dire: i libertari sono molto militanti, votano tanto, votano ovunque e donano denaro, ma non costituiscono la maggioranza. Quella di Rand Paul è semmai una sfida culturale. Il suo obiettivo è quello di sdoganare il libertarismo all’interno del Gop, la stessa cosa che i predecessori progressisti di Obama hanno fatto negli anni ’80 all’interno del Partito Democratico. E i risultati si sono visti, nel lungo periodo.