GOP 2016. Le pagelle del dibattito

L’impatto dei dibattiti televisivi sulle intenzioni di voto dei cittadini è enormemente sopravvalutato. Figuriamoci quando, come nel dibattito per i candidati alla nomination repubblicana trasmesso ieri da Fox News, mancano ancora più di sei mesi alla prima sfida elettorale. Fatta questa premessa, però, l’evento di Cleveland (Ohio) è stata un buona occasione per vedere all’opera alcuni candidati che si affacciavano per la prima volta sul palcoscenico nazionale. E, naturalmente, per assistere all’ennesimo Donald Show di questa calda estate. Vediamo come si sono comportati, uno per uno, i dieci repubblicani che finora stanno ottenendo più consensi nei sondaggi (per le seconde file – tra cui Rick Perry, Carly Fiorina e Rick Santorum, Fox News ha organizzato un dibattito a parte). Procediamo in ordine crescente di valutazione.

CHRIS CHRISTIE 5.5
Al governatore del New Jersey i conduttori di Fox rivolgono il numero minore di domande (4), ma anche quando viene chiamato in causa Chistie non riesce a farsi notare più di tanto. Gli analisti sono convinti che la sua parabola discendente sia cominciata con il Bridgegate, ma la base repubblicana non lo sopporta dal giorno del suo abbraccio in mondovisione con Barack Obama, dopo l’uragano Sandy e in piena campagna elettorale per le Presidenziali 2012. Non aveva alcuna speranza prima del dibattito, non ne avrà alcuna dopo.

MIKE HUCKABEE 6-
La sua simpatia e la sua capacità di utilizzare il mezzo televisivo non si discutono, ma le sue posizioni – soprattutto sull’economia e sul welfare – lo rendono una sorta di “corpo estraneo” nel Partito repubblicano di oggi. L’ex governatore dell’Arkansas strappa la sufficienza con una battuta al fulmicotone su Hillary nell’appello finale. Ma è troppo poco per elevarsi al di sopra della folta pattuglia che combatte per i consensi dei “social conservative”.

RAND PAUL 6
Anche lui praticamente ignorato dai conduttori, resta piuttosto sonnecchiante per quasi tutto il dibattito, a parte un accenno di wrestling con Christie. Il senatore del Kentucky si riprende durante l’appello finale (“I’m a different kind of Republican”), ma era ormai probabilmente troppo tardi per ridare fiato – almeno in questa occasione – ad una campagna che non sembra ancora sul punto di decollare. Peccato perché nei sondaggi il figlio “normale” di Ron Paul resta uno dei candidati più competitivi nei testa-a-testa con Hillary negli swing state.

DONALD TRUMP 6+
“The Donald” è stato, come nelle previsioni, la vera star del dibattito. Offrendo ai telespettatori momenti sublimi e divertentissimi di “reality tv”, malgrando l’ostilità evidente di alcuni dei conduttori Fox nei suoi confronti. Non siamo troppo sicuri, però, che nel medio periodo la performance di ieri possa aiutare granché la sua corsa alla nomination repubblicana. Non escludere la possibilità di una candidatura indipendente in caso di sconfitta alle primarie non è certo piaciuto agli elettori del GOP. E la scenetta su Hillary ospite al suo matrimonio in cambio di denaro per la Clinton Foundation ha francamente lasciato un po’ d’amaro in bocca. Chi si aspettava l’implosione, comunque, dovrà aspettare almeno fino al prossimo dibattito.

JEB BUSH 6.5
Per l’ex governatore della Florida, secondo nei sondaggi nazionali dietro a Trump, l’evento di Cleveland nascondeva più insidie che opportunità. Jeb è saggiamente partito piano, anche se con una punta di malcelato nervosismo, per poi sciogliersi soprattutto nella seconda parte del dibattito. Ottima la sua risposta su scuola e “common core”, argomento che pure lo vede in una posizione opposta a quella di quasi tutti i suoi concorrenti. E ottimo soprattutto il suo appello all’unità del partito e al mantenimento di un grado minimo di civiltà nel dibattito, che gli ha procurato perfino i complimenti (“He’s a gentleman. And I mean it”) da parte di Trump.

SCOTT WALKER 6.5
Anche il governatore del Wisconsin aveva soltanto da perdere nel dibattito di ieri. E anche lui ha preferito la strada dell’understatement, pur riuscendo a strappare qualche ovazione convinta da parte della platea. Walker, con il freno a mano tirato per tutte le due ore dello show, è stato forse troppo scripted e prevedibile per ottenere una valutazione maggiore, ma è rimasto comunque nei binari con intelligenza, senza commettere errori. Può sicuramente fare meglio, ma ieri per lui era più importante confermarsi come uno dei front-runner piuttosto che emergere in modo evidente.

TED CRUZ 6.5
Come “debater” resta una spanna al di sopra di tutti. La sua risposta sull’Isis è stata particolarmente convincente, ma comunque – quando gli è stata data la possibilità – è sempre sembrato in totale controllo dei fatti e delle argomentazioni a supporto delle sue tesi. La battaglia da vincere, per lui, si chiama “eleggibilità”. Malgrado la sua solida performance di ieri, non siamo affatto certi che il senatore del Texas abbia convinto molti elettori al di fuori della sua cerchia di sostenitori abituali. Gli è mancata, come al solido, quell’empatia indefinita e indefinibile che trasforma un uomo politico dalle straordinarie capacità intellettuali in un leader.

BEN CARSON 7-
Rilassato ed estremamente cool, il neurochirurgo di Detroit resta una delle personalità più intriganti del campo repubblicano. Ieri è stato praticamente assente nella prima ora del dibattito, ma poi ha sfoderato un crescendo da campione, soprattutto nell’ultimo quarto d’ora, regalando al pubblico un degli appelli finali più convincenti (e spassosi). Per Carson era comunque molto importante presentarsi di fronte a una platea che non lo conosce bene (o non lo conosce affatto). Come spiega Chris Cilizza sul Washington Post, “la matematica di Carson è semplice: più parla del fatto che è un neurochirurgo, meglio è per lui”.

JOHN KASICH 7
Spinto dal tifo incessante del pubblico (a Cleveland giocava in casa), la prima ora di Kasich è stata impeccabile. Il governatore dell’Ohio è emerso come un’alternativa perfettamente accettabile e ragionevole ai front-runner, riuscendo a schivare un paio di domande insidiose su Trump e rispondendo in modo molto efficace (e umano) quando interpellato sul same-sex marriage. Niente male per un candidato che, fino a una settimana fa, era quasi certo di non partecipare al dibattito dei primi dieci. Kasich si è un po’ perso nella seconda metà, ma la sua resta una performance solida e tutto sommato sorprendente.

MARCO RUBIO 7+
Se c’era un candidato, tra i “magnifici dieci” del GOP, che aveva disperatamente bisogno di una buona prestazione a Cleveland, si trattava di Marco Rubio, in calo verticale nei sondaggi delle ultime settimane. Ma la classe si vede soprattutto nei momenti difficili. E Rubio ha dimostrato di esserci ancora. Il senatore junior della Florida è sempre sembrato a proprio agio, anche quando incalzato sui temi dell’immigrazione (che sono il suo punto debole con la base repubblicana). Soprattutto, Rubio è apparso competente e “presidenziale” in ogni occasione. Non era per niente scontato, ma la sua performance lo riporta di forza nella short-list dei migliori candidati alla nomination.

(da Data24News)