Vincere!

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Da De Coubertin alla prima regola non scritta della politica: l’unica cosa che conta è vincere. Lo scandalo doping che si è abbattuto su Mosca apre scenari nuovi nel mondo dell’atletica. È il più grosso caso di irregolarità nella lunga storia dello sport moderno. Sport e politica viaggiano parallele in questo contesto. Ma non sono mai state così vicine. Da una parte il principio della competizione. Qualcosa che viene da lontano, dall’antica Grecia che alle Olimpiadi presta nome e attributi. Dall’altra l’imperativo “vincere” come principio assoluto delle gare internazionali per rendere grande il Paese a cui si appartiene. Si fa di tutto per portare a casa una medaglia anche a costo di ricorrere al doping. Il motto olimpico “l’importante non è vincere ma partecipare” risulta così un falso. Per molti è un’ipocrisia dalle radici profonde. Basti pensare all’esclusività dei giochi antichi quando gli unici atleti a cui era permesso partecipare erano greci. Basti, inoltre, ricordare cosa accadeva agli sconfitti per capire quanto lo scandalo di questi giorni, nelle gare moderne, sia rilevante. Nell’antica Grecia chi perdeva tornava a casa tra insulti e derisioni. Chi non vinceva perdeva tutto: gloria e dignità. Per non parlare della competizione politica tra le varie città-Stato elleniche. In parole povere vincere è stato da sempre l’unica cosa che conta. Ne sa qualcosa la Russia e più indietro la Germania democratica sconvolta da inchieste e irregolarità già negli anni della Guerra fredda.

Prendiamo Viktor Chegin, 53 anni, conosciuto a Mosca come “il padre di tutte le vittorie dei nostri marciatori”. All’interno del documento che ha scoperchiato il doping di Stato, oltre alla richiesta di sospendere la federazione russa di atletica leggera dalla competizioni per due anni, ci sono nomi di dirigenti e atleti da squalificare a vita. Oltre ad atlete del calibro di Savinova e Poistogova, oro e bronzo negli 800 a Londra 2012, c’è lui Mr Chegin, colui che ha costruito tutti i successi della marcia russa operando nell’inavvicinabile centro specializzato e segreto di Saransk. E’ l’allenatore più vittorioso al mondo e il più chiacchierato per i suoi metodi di lavoro che viaggerebbero in parallelo col doping.

Il rapporto Wada è sconvolgente. E Mosca da parte sua punta il dito contro organizzazioni internazionali e paesi occidentali per spiegarsi le indagini. Il caso sportivo si fa politico. La Fidal, federazione italiana atletica leggera, è pronta a votare in sede internazionale sulla sospensione della Russia. E ci si chiede se il pronunciamento possa assumere o meno una valenza politica. C’è chi crede nell’astensione sottolineando l’autonomia dello sport e chi non ha dubbi: la decisione spetterà ai governi. I russi sono i primi ad esserne convinti. “Non avete il diritto di sospenderci”, afferma del ministro dello sport, Vitaly Mutko. Non solo: la Federatletica russa ha anche accusato la Wada di eludere i protocolli stabiliti per la lotta al doping. “Qualsiasi provvedimento di sospensione dovrebbe essere discusso nella riunione della Iaaf nel mese di novembre” ha detto il presidente ad interim di RusAthletics, Vadim Zelechenok. “Dovrebbe essere dimostrato che le violazioni erano colpa della federazione e non dei singoli sportivi. Dovrebbe esserci data la possibilità di difendere la nostra reputazione”. ”Non c’è alcun motivo di privare i nostri atleti delle medaglie, anche olimpiche, o di squalificarli, e nemmeno gli allenatori. Le conclusioni della Wada hanno una motivazione assolutamente politica, come le sanzioni contro la Russia”, ha affermato Vladimir Uiva, capo dell’agenzia federale medico-biologica russa. Il Consiglio della Iaaf potrebbe a questo punto convocare una riunione straordinaria per discutere dell’eventuale sospensione della Russia, ma un incontro è già fissato il 26 e 27 novembre a Monaco ed è probabile che questi temi saranno discussi in quell’occasione.

Del caso si sta occupando anche l’Interpol che ha annunciato un’inchiesta internazionale guidata dalla polizia francese. Minacce ad allenatori e ispettori antidoping non compiacenti sono le irregolarità più evidenti. Atleti sostituti da comparse durante i controlli a sorpresa nei campus di allenamento. La commissione indipendente istituita dall’agenzia mondiale antidoping ha chiesto la messa al bando della federazione di atletica leggera russa, aprendo la strada alla possibile esclusione degli atleti di Mosca da Olimpiadi, Mondiali ed Europei. In un rapporto di 323 pagine frutto di un’inchiesta di 11 mesi si spiega che la sospensione dovrà durare fino a quando Mosca non avrà fatto chiarezza sui ripetuti casi di doping che hanno coinvolto i suoi atleti. La commissione ha identificato carenze sistematiche nei controlli della federazione internazionale (Iaaf) e di quella russa che “impediscono o diminuiscono la possibilità di un efficace programma anti-doping” per gli atleti russi. La Russia è una potenza mondiale dell’atletica leggera e ai Giochi olimpici del 2012 a Londra è finita seconda dietro agli Usa nel medagliere e ora rischia che la Iaaf escluda i suoi atleti dalle maggiori competizioni internazionali.

La commissione presieduta da Dick Pound ha accusato il governo russo di essere complice di una diffusa pratica di doping con l’ausilio dei servizi segreti dell’Fsb che avevano controllato il laboratorio antidoping moscovita anche durante i Giochi invernali di Sochi del 2014. Nel rapporto diffuso da Ginevra, la commissione ha raccomandato di sospendere la Russia da tutte le competizioni estromettendola anche dai Giochi di Rio de Janeiro, con squalifiche a vita per cinque atleti e altrettanti allenatori oltre al ritiro dell’accredito per il laboratorio di Mosca, che sarebbe stato vittima di intimidazioni da parte del governo russo. La commissione ha comunicato le sue conclusioni alla Wada già giovedì scorso e anche all’Interpol, “perché abbiamo scoperto informazioni collegate non solo alla corruzione nello sport ma anche ad attività criminali”, ha riferito Pound, ex presidente della stessa Agenzia mondiale antidoping. “Abbiamo affidato alla Wada”, ha aggiunto, “un pacchetto di sanzioni per le persone che non erano state ancora scoperte e delle raccomandazioni sul laboratorio russo. Abbiamo riferito delle interferenze sui controlli antidoping che si sono verificate anche quest’anno e scoperto dei pagamenti per coprire i risultati dei test”.

La commissione indipendente aveva ricevuto un anno fa dalla Wada l’incarico di approfondire le indagini sul sistema di doping di stato in Russia. Il lavoro della commissione, formata da tre persone, è divenuto ancora più complicato lo scorso agosto quando sono emerse le accuse alla Federazione internazionale di atletica (Iaaf) di aver occultato alcuni casi di doping. I tre membri della commissione sono Richard Pound, avvocato canadese, che ha condotto le indagini. E’ stato presidente della Wada dal 1999 al 2007 ed è membro del Comitato Olimpico Internazionale (Cio) dal 1978. Pound è stato tra l’altro l’avvocato difensore della superstella dell’atletica Ben Johnson, suo connazionale, quando risultò positivo nei Giochi olimpici di Seoul 1988. Gli altri due sono Richard McLaren, canadese come Pound, da molti anni giudice del Tribunale arbitrale dello sport (Tas) di Losanna, e Gunter Younger, tedesco, che nel corso degli ultimi 30 anni ha ricoperto vari ruoli all’interno del Ministero di giustizia.

La commissione Wada ha informato degli esiti della sua inchiesta anche il ministero russo dello Sport “che ci aveva invitato a dare i nostri suggerimenti per trasformare la Russia in un paese estraneo al doping”. Il bilancio dell’indagine, però, resta sconcertante. “E’ peggio di quanto pensassimo, è spiacevole vedere la natura e l’estensione di quello che sta succedendo”, aggiunge ancora Pound che conferma: “Per il 2016 la nostra raccomandazione è che la Federazione russa sia sospesa. La nostra speranza è che lo faccia da sé in modo da adottare i rimedi necessari per permettere agli atleti russi di competere in un nuovo contesto. Se non lo fanno, potrebbero non esserci atleti russi a Rio. Mi auguro che capiscano che è il momento di cambiare e di fare questi cambiamenti. E penso serviranno diversi mesi”. L’ex presidente Wada confida nell’operato del nuovo numero uno della Iaaf, Sebastian Coe: “Ci piacerebbe che sospendesse la Russia. Se ognuno fa la sua parte, nessuna loro richiesta d’iscrizione ai Giochi di Rio verrebbe accettata”.

Secondo Pound “tutto questo non poteva accade senza il consenso delle autorità statali, non potevano non sapere”. E lancia più di un sospetto sulle ultime manifestazioni olimpiche: “Non penso che possiamo essere abbastanza sicuri che non ci siano state delle manipolazioni legate ai risultati dei Giochi di Sochi. Al ministero dello Sport russo sapevano che gli allenatori erano fuori controllo”. Secondo l’inchiesta gli atleti russi erano informati in anticipo dei controlli e quando li saltavano venivano coperti anche dietro il pagamento di tangenti.

La Russia si ritrova a puntare i piedi a un nulla dal baratro. Potrebbe perdere medaglie e dignità. La difesa è ancora tutta da costruire. Gli atleti potrebbero non partecipare ai Giochi di Rio. Sport e politica quindi. Politica e sport si incrociano di nuovo. E le Olimpiadi mostrano il loro volto reale: vincere a tutti i costi è sempre stata l’unica verità.