Destra possibile/2. La replica di David Mazzerelli

Caro Andrea e caro Simone, leggendo in bus “Una destra possibile”, mi è venuta voglia di alzare la mano, interrompervi, tirarvi le orecchie o una secchiata d’acqua gelida, o un po’ tutte queste cose insieme. Trovo la vostra analisi talmente condivisibile che non può essere vera o, almeno, non può esserlo più. Mi sento come voi, ma mi sento anche maledettamente vintage.

Mi spiego, partendo da quello che sappiamo: in Italia, in Europa e, forse, in tutto il mondo occidentale non c’è più la “destra giusta” reaganiana e thatcheriana, quella che noi sogniamo da sempre. Sono ormai anni che gridiamo alla necessità di ricostruire il centrodestra: prima (e anche ora) eravamo fusionisti, poi post fusionisti, poi orfani del fusionismo, quando la fusione si era trasformata in una marmellata andata a male. Adesso da destra guardiamo le destre e restiamo perplessi: Salvini in Italia, le Le Pen in Francia. Perfino Trump negli States, scalda i cuori ma non è il nostro presidente. Tutti noi abbiamo provato, per strade diverse, a volte convergenti, a cambiare le cose: con la divulgazione, con l’attivismo, con il tentativo di creare una rete di persone libere e consapevoli che la soluzione ai problemi non fa mai rima con lo Stato.

Negli anni ’80 un giovane Michael J. Fox era il protagonista di Casa Keaton, una sit-com in cui il giovane Alex era uno yuppie conservatore e reaganiano, che sognava il futuro e amava i soldi. Era bello, simpatico, divertente: era maledettamente cool. I genitori, ex sessantottini hippy, erano i “matusa” della serie: relitti di un passato che faceva ormai solo tenerezza.

Basterebbe Casa Keaton per spiegare l’inversione di tendenza dei tempi che viviamo: adesso i “matusa” sono in conservatori e gli hippy sono tornati in gran voga. Ma nel post-modernismo, orfano della sinistra, i figli dei fiori 2.0, spogliati di ogni ideologia, abbracciano l’unica religione possibile: il politicamente corretto. E finiscono per riempire il proprio vuoto con quello che passa il menù. Dunque, mentre l’economia va a rotoli, ci si impegna solennemente a ridurre la temperatura del mondo di un grado e mezzo, ci appassioniamo di slow food, di bio, di vintage, di orti, di olio di palma e di eco-sostenibilità. Sembra che la gente sia improvvisamente nostalgica della fattoria e della nonna. Perfino i gay sognano il matrimonio tradizionale e la famiglia. Eppure questi valori e questa nostalgia non sono i nostri valori e la nostra nostalgia. La torta vegana non ha nulla a che vedere con l’apple pie dell’America reaganiana, che – a sua volta – guardava con orgoglio al decennio “comfort” per eccellenza, i mitici anni ’50 della mamma e della torta di mele.

La riscoperta dei valori tradizionali potrebbe rappresentare una prateria ideologica per la nostra right nation. Eppure nessuno indirizza queste suggestioni nell’alveo della destra giusta. Perché? Perché la cultura pop attuale non è permeata da convinzioni profonde ma è dominata da tendenza frivole e passeggere. Siamo circondati da frammenti postmoderni di un blob che non crede a nulla e quindi crede a tutto. L’asse della banalità che va da Bergoglio alle politiche di accoglienza, dalla lotta al terrorismo con “i teatri e la cultura” fino all’Expo e al neo-femminismo.

Non credo più che si debba aspettare il nostro Godot; quel progetto serio, innovativo, atlantico, libertario, conservatore come piace a noi: non ci sarà Andrea e Simone. Perché questi tempi non hanno nulla per crearlo. Non esiste la spensieratezza dell’era reaganiana, ma esiste soltanto un clima cupo e vagamente autodistruttivo, dove la politica diventa House of Cards e il mondo possibile (auspicabile) è un’apocalisse zombie. “Ogni generazione ha la sua storia”, dice il trailer di Star Wars, la verità è che la nostra è la generazione dei sequel, dove c’è poco tempo e troppa paura per scrivere storie nuove e originali.

Cosa fare dunque, dopo averle provate tutte? La tentazione è di stare a guardare mangiando i pop-corn: verrebbe voglia di vedere la vittoria di Trump solo per ridere della faccia di Arianna Huffington e di tutta l’internazionale radical-chic. Solo per questo. Non ci rimane che divertirsi. Pensate quanto sarebbe straordinario leggere i loro editoriali allarmati, scorgere nei loro occhi l’odio e l’orrore. Che spettacolo sublime poter assistere di nuovo ai media italiani sollevati contro un nemico comune senza scrupoli, affamatore di vedove e anziani. Trump potrebbe farci divertire più degli anni d’oro di Berlusconi, quelli delle corna e delle barzellette. Lo so, non è quello che vogliamo, ma la rivoluzione di Ronny trovò terreno fertile nel decennio della spensieratezza per eccellenza, dopo anni duri e cupi. La storia potrebbe ripetersi, ma noi siamo ancora in grado di sorprenderci?

@davidmazzerelli