Destra possibile/4. Controreplica

Partiamo da una nota metodologica, utile anche per evitare future polemiche: i pezzi che leggete su Right Nation e firmati sia da Andrea che da Simone sono scritti da uno dei due e sottoscritti dall’altro. Questo per ragioni di praticità: rimpallarsi un testo con gli impegni della vita reale di ognuno di noi diventerebbe impossibile  e finiremmo per scrivere un pezzo all’anno e totalmente fuori sincrono rispetto al dibattito politico (e già oggi scriviamo molto meno di quel che vorremmo). Concretamente un pezzo nasce così: ci sentiamo al telefono, chiacchieriamo, buttiamo giù qualche idea e poi, il più libero dei due, traduce in testo scritto. L’altro legge, sistema, lima, aggiunge o toglie qualcosa. Criticare – come fa Edoardo Ferrarese – il nostro “Una destra possibile” basandosi su una presunta doppia paternità del testo, semplicemente, non regge alla prova di sforzo della realtà.

Ma andiamo alla sostanza. Primo: abbiamo annoverato Salvini tra gli epigoni del “populismo” di centrodestra assieme a Trump e Le Pen perché Salvini è certamente il catalizzatore di quel tipo di voto. Grillo non lo consideriamo di centrodestra e sulla Meloni ci torneremo in seguito. Anche negli Stati Uniti non esiste solo Trump, così come in Francia il movimento della famiglia Le Pen va (poco) oltre l’albero genealogico di Jean Marie. Però è evidente a tutti che senza quei tre il fenomeno dell’emersione di destre radicali non sarebbe avvenuto. Merito della loro capacità politica e della loro bravura ad essere incisivi.

Tralasciamo l’appunto sull’autoflagellazione e i cani sciolti: sono dieci anni che scriviamo queste cose, non abbiamo certo bisogno di patenti o di padrini.

Più interessante è la questione di Giorgia Meloni: perché non la citiamo pur avendo lei preso posizioni del tutto simili (quando non coincidenti) a quelle di Matteo Salvini? Per due motivi. Il primo riguarda la consistenza numerica: Salvini è oggettivamente il leader del centrodestra e il suo partito vale 3/4 volte quello della Meloni. È lei che segue Salvini, non viceversa. E questo pone il secondo interrogativo: la Meloni ha fatto il Ministro, conosce la fatica del Governo, diceva allora cose sensibilmente diverse. Ha una storia politica diversa da quella di Salvini e certamente inquadrabile dentro la più complessa dimensione della destra nazionale. Salvini, purtroppo, no. Non è interessato alla costruzione di un centrodestra plurale ma a trainare sulle sue posizioni l’intero arco moderato, repubblicano, conservatore italiano. In un’operazione che è molto simile a quella di Trump e completamente diversa dal fusionismo di Reagan e da quello, magari inconsapevole, del primo Berlusconi.

Quanto detto sopra sarebbe smentito dall’assunto per cui Salvini in realtà governa due regioni importantissime come Veneto e Lombardia e contribuisce alla maggioranza dell’altra regione di centrodestra, la Liguria. La contraddizione non è nostra, ma sua. In Lombardia e in Liguria sta in maggioranza con Nuovo Centrodestra e con quel pezzo di Forza Italia a cui vorrebbe far prendere la tessera del Pd. In Veneto la Lega di Zaia non è la Lega di Salvini. Tanto che la lista che fa riferimento diretto al Presidente della Regione, unico caso in Italia, è nettamente il partito più votato e somma quasi quanto Lega Nord e Forza Italia messe insieme. Volendo fare un’analisi un po’ più approfondita, poi, bisogna rilevare come nessuna di quelle esperienze di governo nasca con Salvini e con le attuali posizioni della Lega che ad oggi, al pari di quanto è accaduto con la Le Pen, non sono riuscite a dimostrare di poter essere vincenti (tranne, forse, il caso del sindaco di Padova).

Quanto alla presunta negazione dei problemi, ammettiamo una semplificazione che nello scritto ha tradotto evidentemente male un concetto a noi chiarissimo. Noi riteniamo, e lo scriviamo, che immigrazione, protezione sociale, sicurezza, Islam siano argomenti seri e centrali per ogni agenda politica che si rispetti. Lo sono indipendentemente dalla loro dimensione reale perché tali sono percepiti dalla gente. Neghiamo con forza che si possano risolvere trattando in modo sbrigativo l’argomento profughi (dobbiamo fare rassegna dei post su Facebook del nuovo leader del centrodestra?), quello esodati (quali, dopo la settima salvaguardia? E soprattutto: sono un argomento sufficiente per affrontare l’argomento pensioni ed abolire in toto la Riforma Fornero?) o richiamandosi ogni due per tre al complotto finanziario, alle banche guidate dal Bilderberg e altre amenità che in bocca a Beppe Grillo ci farebbero sorridere.

Per cercare di spiegare al meglio cosa intendiamo quando diciamo che Salvini è straordinariamente abile ma altrettando straordinariamente pericoloso per il centrodestra, usiamo parole chiare, non nostre, ma del guru digitale del leader della Lega.

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A loro il centrodestra fa venire l’orticaria. Noi vorremmo semplicemente contribuire a ricostruirlo.

Soltanto un accenno, infine, alla replica scritta da David Mazzerelli immediatamente dopo la pubblicazione del nostro pezzo. A David, che ammette di pensarla esattamente come noi ma ha paura di sentirsi “vintage”, dobbiamo comunicare una notizia ferale. Siamo perfettamente consapevoli di non essere negli Anni Ottanta di “Casa Keaton” e di Ronald Reagan. Come sappiamo che lo Zeitgeist non è quello più favorevole per immaginare il progetto “atlantico, libertario, conservatore come piace a noi”. La situazione, infatti, è ancora più grave: non siamo neppure negli Anni Settanta della “silent majority” o negli Anni Sessanta di Barry Goldwater. E quello che David chiama “asse della banalità” sembra, a prima vista, poter essere vincente su tutta la linea.

È proprio per questo motivo che siamo convinti della necessità di un momento – alto – di “fusione”, prima di tutto culturale, come quello che negli Anni Cinquanta costrinse, di fatto, i discepoli di Hayek e quelli di Kirk a trovare una sintesi capace di opporsi al nemico comune. È per questo che il nostro modello di riferimento è quella “National Review” – fondata da Buckley e Meyer nel 1955 – in cui libertari, tradizionalisti e anti-comunisti si sono scannati per anni, prima di piantare i semi da cui sono sbocciati i germogli della rivoluzione conservatrice. 

Il ribaltamento di prospettiva è assai più complicato di quello – già “impossibile” – immaginato da David, perché ci troviamo in un contesto addirittura pre-politico, nel quale cominciare ad immaginare il centrodestra del futuro senza farsi travolgere dagli accidenti della storia. La tentazione di “stare a guardare mangiando i pop-corn”, mentre l’internazionale radical-chic perde il sonno per The Donald, è fortissima anche per noi. Il problema, non da poco, è che questa soddisfazione durerebbe lo spazio di un battito di ciglia. Mentre poi, come accade quasi sempre, la sinistra (o una destra non distinguibile dalla sinistra) continuerebbe a governare le nostre vite. Meglio, molto meglio, “mettersi di traverso rispetto alla storia, urlando Stop, in un momento in cui nessuno è incline a farlo“.