Bill Buckley: l’uomo che (ri)creò la Destra

Una versione leggermente ridotta di questo articolo è stata pubblicata su “Il Giornale” del 10 gennaio 2015

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Brillante e carismatico erede di una ricca famiglia di petrolieri, Bill Buckley poteva essere chiunque. Artista, playboy o skipper. Invece sceglie di diventare «il San Paolo della destra americana».

Come scrive lo storico Lee Edwards (autore dell’imperdibile “The Conservative Revolution: The Movement That Remade America”) – William F. Buckley Jr. trascorre gran parte della propria vita «perlustrando gli Stati Uniti in cerca di proseliti per la causa conservatrice, combattendo la “guerra giusta” contro gli eretici liberal, consapevole che l’impresa non potesse mai considerarsi conclusa, neppure con l’avvento della presidenza Reagan».

La metafora “biblica” di Edwards si sposa bene con la profonda fede cattolica di Buckley, che poi è anche la molla che lo spinge a scrivere “God and Man at Yale” (1951) in cui, appena laureato, denuncia il clima ostile al cristianesimo (e al libero mercato) che domina nella sua alma mater. Ma l’impostazione ideologica di questo giovane e istrionico intellettuale, che muove i suoi primi passi nella redazione della rivista “American Mercury” (fondata negli Anni Venti dall’immortale H.L. Mencken), è troppo complessa per essere ricondotta unicamente nell’alveo del tradizionalismo religioso.

wb4Fin dai suoi esordi, infatti, Buckley incarna alla perfezione le tre correnti principali che compongono, all’epoca, il frammentato e litigioso mondo della destra statunitense. Divora, già da teenager, i lavori del libertarian Albert Jay Nock e cita in continuazione le sue “Memoirs of a Superfluos Man” (1943). In “God and Man at Yale” si definisce “individualista”, un termine che mutua dal suo mentore libertarian Frank Chodorov. Ammira profondamente il tradizionalista Russell Kirk, che con “The Conservative Mind” (1953) ha riportato all’interno del dibattito culturale statunitense il patrimonio intellettuale del conservatorismo, dai Padri Fondatori a T.S. Eliot. Fieramente anti-comunista fin da giovane, poi, Buckley resta profondamente scosso dalla pubblicazione di “Witness” (1952), l’autobiografia con l’ex spia di Mosca) Whittaker Chambers apre gli occhi all’America sul profondo grado di infiltrazione nelle istituzioni statunitensi di agenti e simpatizzanti sovietici. E nel 1954 – insieme al cognato L. Brent Bozell Jr. – scrive “McCarthy and His Enemies, difendendo con forza la crociata anti-comunista del senatore del Wisconsin.

Nel 1955 Buckley decide che è arrivato il momento di costruire uno strumento capace di dare voce, a livello nazionale, a questi tre filoni di pensiero. Unificando libertarian, tradizionalisti e anti-comunisti in un movimento capace di contrastare il monopolio politico e culturale liberal che si estende dalle colonne del “New York Times” alle aule universitarie di Harvard, passando per i corridoi del Council of Foreign Relations.

wb5Un’influenza decisiva che lo spinge a tentare questa avventura è quella di Willmoore Kendall, che gli ha insegnato la scienza della politica a Yale (e a cui ha affidato la revisione del suo primo libro). Kendall, noto per i suoi studi su John Locke, lo convince che il problema principale dei pensatori conservatori è quello di essere isolati e spesso in contrasto tra loro, permettendo ai liberal di concentrare e coordinare gli sforzi per neutralizzarne il potenziale. «Solo quando questi avanposti riusciranno ad unirsi, riconoscendo il proprio nemico comune – spiega Kendell– il conservatorismo riuscirà a prevalere». Insieme all’ex giornalista del “Time” Willi Schlamm (un ex-comunista austro-americano), autore per conto della casa editrice Regnery dell’introduzione a “God and Man at Yale”, con cui condivide il desiderio di dare vita a un settimanale d’opinione di impronta conservatrice, Buckley decide che sarà proprio questa strategia di “unificazione” il tratto distintivo della sua nuova creatura. La “National Review” inizia a prendere forma.

Buckley riesce a raccogliere 550mila dollari (più o meno 5 milioni di oggi) per finanziare i numeri iniziali della rivista, in attesa dei primi abbonati e inserzionisti pubblicitari. Paradossalmente, ha più difficoltà a convincere della bontà del suo progetto i facoltosi milionari del Texas e del Midwest (il petroliere H.L. Hunt lo giudica troppo cattolico e troppo moderato), piuttosto che a portare dalla sua parte i conservatori di Hollywood. Lo sceneggiatore Morrie Ryskind – celebre per i film dei Marx Brothers – lo presenta a stelle come John Wayne e Bing Crosby, oltre che a imprenditori come Henry Salvatori e Frank Seaver, che gli assicurano il proprio sostegno finanziario.

Mentre si occupa del fundraising, Buckley è anche impegnato ad arruolare la migliore squadra possibile per la “National Review”. I suoi obiettivi principali sono tre: Russell Kirk, Whittaker Chambers e James Burnham (un ex-trotskista diventato ormai un conservatore pragmatico). A loro, poco più tardi, si aggiunge l’irriducibile libertarian Frank Meyer (un altro ex-comunista convertito dalla lettura di “The Road to Serfdom” di von Hayek). Burham e Meyer accettano immediatamente la proposta di Buckley, mentre Kirk e Chambers preferiscono non partecipare direttamente all’impresa, pur garantendo la loro collaborazione costante. Nasce così, nel novembre del 1955, la rivista che avrebbe cambiato per sempre la storia della destra americana, trovando il coraggio – come si legge nell’editoriale di presentazione del primo numero – «di mettersi di traverso rispetto alla storia, urlando “Stop” in un momento in cui nessuno sembra incline a farlo».

Con la definitiva teorizzazione del “fusionismo” da parte di Meyer e la sua metodica e brillante applicazione concreta da parte di Buckley, la “National Review” diventa lo strumento culturale da cui germogliano prima la rivoluzione conservatrice di Barry Goldwater e poi la “big tent” di Ronald Reagan. La rivista mette insieme tradizionalisti, libertarian e anti-comunisti, per poi espandere i propri confini anche ai neoconservatori in fuga da un pensiero liberal ormai sempre più sterile e ripiegato su se stesso. Firme come quelle di Richard Weaver, Wilhelm Röpke, Frank Chodorov, John Chamberlain, William A. Rusher, Max Eastman, William Rickenbacker e John Dos Passos si uniscono a Buckley, Meyer, Schlamm, Burnham, Chambers e Kirk, restituendo alla destra americana una capacità di elaborazione intellettuale che molti credevano perduta per sempre. Oltre ad unificare i conservatori, la “National Review” si accolla anche lo scomodo compito di “epurare” gli estremisti, prima espellendo di fatto Ayn Rand e i suoi seguaci “oggettivisti” dal perimetro della destra mainstream, poi sbarazzandosi di una John Birch Society sempre più compromessa dall’anti-semitismo. Da pensiero di nicchia, il conservatorismo si trasforma in un movimento politico-culturale capace di attrarre la maggioranza dei cittadini (e degli elettori) americani.

wb7Pur continuando a impiegare gran parte delle proprie energie nella realizzazione e nella diffusione della “National Review”, Buckley non si limita alla sola attività editoriale. Nel 1960 contribuisce a fondare gli “Young Americans for Freedom”. Nel 1965 presenta la sua candidatura di bandiera a sindaco di New York per frenare l’ascesa del repubblicano liberal John Lindsay e restituire un po’ d’energia ai conservatori delusi dalla pesante sconfitta di Goldwater nel 1964.  Nel 1966 presenta la prima puntata dello show televisivo “Firing Line” (nel 1969 vince addirittura un Emmy), che andrà ininterrottamente in onda – prima sul network newyorkese WOR-TV e poi sull’emittente pubblica PBS – per 33 anni e 1.504 puntate, ospitando politici, statisti, giornalisti, economisti, accademici e personalità del calibro di Richard Nixon, Henry Kissinger, Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Newt Gingrich, Barry Goldwater, Noam Chomsky, Allan Bloom, Arthur Schlesinger, Jr., Bob Woodward, John Kenneth Galbraith, Milton Friedman, Friedrich A. von Hayek, Thomas Sowell, Christopher Hitchens, Jorge Luis Borges, Tom Wolfe, Jack Kerouac, Truman Capote, Madre Teresa, Groucho Marx, Woody Allen, Muhammad Ali e Rush Limbaugh (tanto per abbozzare un elenco estremamente incompleto). Negli Anni Settanta comincia una carriera parallela che lo porta a scrivere una ventina di apprezzatissimi romanzi di spionaggio (l’ultimo è del 2007).

La televisione permette a Buckley di farsi conoscere dal grande pubblico, ma la sua occupazione principale resta a lungo quella di “chioccia” del movimento conservatore. Fino a quando nel 1990, durante il banchetto per il 35° anniversario della “National Review”, annuncia il suo ritiro dalla direzione della rivista, dopo più di mille numeri pubblicati ad altissimo livello. Nel 2005, durante le celebrazioni del 50° anniversario, annuncia di aver ceduto anche la proprietà.

wb6Negli ultimi anni della sua vita, Buckley trova il tempo di scrivere “Flying High” e “The Reagan I Knew”, memorie dedicate al suo rapporto con i due politici più influenti della destra americana nel Dopoguerra: Goldwater e, appunto, Reagan. Pochi mesi prima di morire – nel febbraio del 2008 – per un attacco di cuore nella sua casa di Stamford, in Connecticut, concede la sua ultima intervista al sito Townhall.com, rammaricandosi del fatto che, dopo Reagan, i conservatori abbiano dimenticato la lezione libertarian di Nock e del suo “Our Enemy, the State”. «È ingiusto affermare che abbiamo perso la guerra contro il welfare state – spiega – ma è corretto affermare che si tratta di una guerra che dobbiamo continuare a combattere». William F. Buckley questa guerra l’ha combattuta per tutta la vita. E soprattutto ha insegnato agli altri come vincerla.