Europa vs Jihad

brux2All’indomani dei drammatici fatti di Bruxelles, pur disponendo di informazioni ancora frammentarie e incomplete sul quadro degli eventi, è tuttavia possibile cercare di individuare alcune chiavi di interpretazione della situazione attuale sia belga sia più generalmente continentale, nel tentativo di consegnare un quadro analitico delle debolezze e problematiche che investono, ormai con assoluta urgenza, la sicurezza europea.

Innanzitutto, il quarto grande evento terroristico condotto sul territorio europeo dopo Londra, Madrid e Parigi, ci ricorda come la strategia jihadista sia tutt’altro che “folle” e “irrazionale”: le formazioni jihadiste, comunque composte (lupi solitari, cellule homegrown, returnees, reti transnazionali) si attivano anche in base a logiche ben precise e del tutto razionali. Con ogni evidenza, per le modalità di esecuzione e per la complessità insista in un’operazione che prevede azioni sostanzialmente simultanee (come nel caso di Londra e Parigi), si tratta di un attacco organizzato da tempo e ben  congegnato, a ulteriore riprova del salto di qualità logistico già dimostrato da parte delle cellule radicali autoctone. Un piano senz’altro in cantiere da tempo, quindi, che non è fuori luogo ipotizzare sia scattato in risposta all’operazione di polizia che ha condotto all’arresto di Salah proprio a Molenbeek, la “Raqqa d’Europa”. Con ogni probabilità, l’azione terroristica ha una forte componente mediatica: i gruppi jihadisti attivi nel cuore della capitale dell’UE hanno inteso dimostrare la propria vitalità operativa e capacità di reazione.

La rivendicazione da parte di Daesh (e non della rete di Al Qaeda) suggerisce inoltre che l’attacco odierno risponda anche ad una precisa esigenza avvertita dalla dirigenza dello Stato Islamico: in difficoltà sul piano bellico nello scacchiere siro-iraqeno, e di fronte ad una contrazione del flusso di foreign figthers diretti nei territori controllati dall’esercito di Al Baghdadi (in aggiunta a fenomeni di diserzioni tra le fila dei miliziani di ISIS), Daesh deve dimostrare la propria forza, se non bellica, almeno attrattiva e mediatica tanto al mondo occidentale quanto ai suoi potenziali aderenti e simpatizzanti. Anche portando a termine – o ispirando –  attacchi in grande stile sul modello parigino (come molte agenzie di informazione e sicurezza avevano previsto già alla fine del 2015).

Sul piano della politica di sicurezza, i fatti di Bruxelles confermano ulteriormente come la minaccia jihadista abbia smesso i tradizionali panni del improvvisazione logistica e dell’adesione settaria, minoritaria e fanatica, per vestire quelli di una strategia che, sul piano organizzativo, potremmo definire di “anarchismo coordinato”, in grado di autosostenersi nei territori europei grazie ad una radicalizzazione religioso-culturale penetrata in profondità nella mente e nel corredo valoriale di un numero preoccupante di musulmani europei. A dispetto della interpretazione diffusa, il problema non si colloca tanto a livello di apparati di sicurezza, quanto piuttosto fondamentalmente sul piano dell’indirizzo politico: è infatti la mancanza di volontà/capacità politica di individuare la cifra esatta della minaccia (con i suoi sfuggenti connotati, le sue origini e i complicati meccanismi nazionali, internazionali e transnazionali di finanziamento e sostegno) che impedisce agli apparati di prevenzione e repressione di far fronte coerentemente e con sufficiente efficacia a manifestazioni di radicalismo sempre più catastrofiche. L’intreccio tra incapacità politiche e inadeguatezza degli apparati di sicurezza ha generato pertanto problematiche che affiorano oggi, con prepotente e sconcertante violenza, sia nella dimensione nazionale (belga e non solo) che sul piano euro-continentale.

1) Prospettiva nazionale belga – le autorità belghe hanno dimostrato, oltre che scarse capacità di presidio del territorio, anche e soprattutto una imbarazzante difficoltà nell’ottenere la collaborazione “civica” delle comunità dei quartieri bruxellesi a maggiore presenza islamica, giungendo rocambolescamente alla cattura di Salah dopo mesi di una latitanza definita da taluni come “mafiosa”, poiché sostanzialmente garantita e protetta dalla connivenza di buona parte degli abitanti della commune di Molenbeek. Questo rappresenta il preoccupante risultato della prolungata sottovalutazione politico-governativa delle conseguenze della penetrazione del radicalismo di matrice islamica nel tessuto sociale della comunità islamica bruxellese (e belga in generale). Le autorità politiche non hanno compreso appieno la natura e le conseguenze, sul piano della sicurezza interna, dell’attentato al Museo Ebraico del maggio 2014, primo evento terroristico nella capitale d’Europa e momento che ha chiaramente segnato il passaggio di Bruxelles da centro meramente logistico del jihad europeo a testa di ponte operativa e possibile teatro di guerra asimmetrica. L’incapacità politica di cogliere la portata dell’escalation lanciata dalla filiera terroristica ha impedito agli apparati di sicurezza, già ridimensionati sin dai primi anni ’90, di operare avvalendosi di risorse, mezzi e (soprattutto) strumenti di analisi e di reazione adeguati ai segnali di “attivazione terroristica” in rapido aumento sul suolo belga. Nulla può l’intelligence (specie se depotenziata) quando gli organi di direzione politica ignorano troppo a lungo (spesso per miopi ragioni elettorali) le dimensioni di una minaccia concreta, e non approntano pertanto le necessarie misure sul piano dell’attività di counterterrorism.

2) Prospettiva nazionale europea – le fragilità del contesto socio-politico e del sistema di sicurezza interna si sono manifestate con particolare evidenza in Belgio, ma altri Paesi europei non sono esenti dallo stesso genere di debolezze. L’incapacità (o la non-volontà) delle élites politiche europee di interpretare e affrontare per tempo la minaccia del jihad globale è la principale causa dell’inefficacia dell’attività di prevenzione e repressione della radicalizzazione islamica. Pur senza le adeguate risorse e in mancanza di strumenti adatti a comprendere analiticamente l’evoluzione sociale, organizzativa e logistica della filiera terroristica, in alcuni casi le agenzie di informazione e sicurezza sono state in grado di avvertire il decisore politico circa la possibilità di attacchi in grande stile, ma non sempre con successo (anche l’intelligence belga, secondo quanto riportano alcune agenzie, avrebbe avvertito il governo dell’imminenza di un attacco). Disattenzione (e sottovalutazione) politica o meno, è necessario ora che i governi europei, singolarmente presi, ridisegnino lo schema delle priorità politiche interne, consegnando al tema della sicurezza interna la giusta attenzione e dotando le rispettive agenzie di sicurezza e gli organismi di law-enforcement di risorse tecniche ed umane in grado di penetrare nella intricata trama del jihad europeo, contro il quale nulla o quasi possono le logiche e gli strumenti di analisi dell’intelligence tradizionale (difesa militare, controspionaggio politico, etc…). Attualmente, sul terreno informativo e preventivo, gli organismi di molti Paesi europei sono ancora inadeguati ad affrontare al meglio una sfida non futuribile, ma attuale e drammaticamente urgente.

3) Prospettiva europea comunitaria – occorre sgombrare il campo da un grossolano equivoco, che anche oggi, come dopo ogni dramma di queste dimensioni, riecheggia nel dibattito pubblico: il coordinamento dell’intelligence a livello europeo. A parte alcuni meccanismi di dialogo intergovernativo, è impossibile immaginare in ambito UE una vera e propria cooperazione capace di mettere a sistema comune un volume di informazioni utile e sufficiente ad affrontare efficacemente il problema. Questo fondamentalmente per più motivi: innanzitutto, lo scambio di informazioni tra servizi nazionali di informazione e sicurezza avviene regolarmente, nel quadro però di un “mercato” fondato sulla logica del baratto. E’ impensabile che le agenzie nazionali si scambino, in piena e spontanea sinergia, i rispettivi patrimoni informativi, che rappresentano il prodotto finale dell’utilizzo di forze e risorse sia umane che finanziarie e tecnologiche, impiegate in base alla definizione degli interessi strategici strettamente nazionali. Un meccanismo di cooperazione di intelligence continentale a “vasi automaticamente comunicanti” sarebbe pensabile solo all’interno di una quadro istituzionale europeo di tipo federale (per ora solo teorico, per quanto possa a taluni apparire la struttura di governance più adatta per affrontare una minaccia terroristica transnazionale per definizione). Inoltre, per essere efficace, un ipotetico coordinamento dovrebbe coinvolgere non solo le agenzie governative, ma anche le strutture informative che operano all’interno di grandi realtà economico-industriali: un passo di ancora più complicata realizzabilità. Infine, sarebbe necessario anche il coinvolgimento di agenzie extra-europee, considerando come alcune operazioni di polizia negli ultimi anni abbiano visto tra i soggetti coinvolti aspiranti terroristi extra-europei (per esempio dalla Cecenia o dal Daghestan), e non solo cittadini propriamente europei.

In definitiva, per le regole e le logiche che governano il complicato mondo dell’intelligence, un organismo di coordinamento automatico ed istituzionalizzato tra le agenzie europee veramente efficace è sostanzialmente fuori dal novero delle possibilità, e lo sarà ancora per molto tempo, quantomeno fino ad una ipotetica e futuribile Europa federale. Allo stato attuale e nel breve-medio periodo, è auspicabile il rafforzamento di meccanismi ci scambio di informazioni, senza tuttavia che il prodotto di tale collaborazione inter-agenzie possa dirsi quantitativamente e qualitativamente soddisfacente, considerando come le informazioni utili non sono necessariamente e soltanto quelle in possesso delle sole agenzie governative europee, ma anche di quelle extra-continentali (mediorientali-mediterranee, russe, statunitensi, etc…) e di quelle non statuali.

Non potendo attendere una salvezza dal jihad che l’UE non è istituzionalmente in grado di garantire (almeno nel breve-medio periodo), è necessario che i governi del continente, in aggiunta agli auspicabili (ma non sufficienti) sforzi di collaborazione bi- e multilaterale, ridisegnino il quadro delle priorità nazionali nel campo della sicurezza domestica, dotando gli apparati preposti di risorse e strumenti di analisi e previsione adeguati, e prendendo coscienza della improcrastinabilità di coraggiose scelte politiche  (id est, anche intraprendendo misure ai vari livelli di governo volte alla de-radicalizzazione religioso-culturale) in grado di disinnescare le dinamiche socio-culturali che hanno alimentato la parabola evolutiva del radicalismo di matrice islamica in Occidente. E, non ultimo, mettendo da parte il consolidato atteggiamento (di governi e UE) di “ambiguità” nei confronti di attori -politici e non- che dall’esterno hanno alimentato il brodo culturale (e riempito le casse) delle casematte del jihadismo in Europa.

Tratto da Geopolitica.info