Apple, 40 anni vissuti pericolosamente

apple2L’idea, lo sviluppo, il crollo, la rinascita, il mito. Chi crede a un destino lineare, a una storia che procede spedita verso il proprio orizzonte ineluttabile, da quarant’anni deve fare i conti con Apple. Perché poche imprese, nel corso delle vicende umane, hanno conosciuto un andamento tanto contorto, imprevedibile ed entusiasmante come quello della società creata il 1° aprile del 1976 a Cupertino, in California, da Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne.

Partiamo proprio da Wayne, il “fondatore dimenticato”, che deve rappresentare il voto decisivo in caso di contrasti tra Jobs e Wozniak ma che, appena ricevuta la commessa per la vendita dei primi cinquanta Apple I – assemblati in contenitori di legno nel garage della famiglia Jobs – decide di vendere la propria quota della società per 800 dollari.  Già cinque anni dopo, alla quotazione di Apple in Borsa, il 10% buttato al vento da Wayne vale qualche centinaio di milioni di dollari. Oggi, l’uomo che si è definito «migliore come ingegnere che come uomo d’affari» avrebbe probabilmente il denaro sufficiente per comprarsi uno stato europeo di media grandezza.

Un altro che ha sempre saputo fare meglio l’ingegnere che l’uomo d’affari è Steve “Woz” Wozniak, il Mago. È dalla sua mente, e dalle sue mani, che sono nati i primi computer di Apple. L’Apple II, soprattutto, che ha di fatto creato il mercato dell’informatica personale, avvicinando le persone normali (o quasi) al mondo dei computer, fino ad allora dominio esclusivo di scienziati, militari e multinazionali. Mentre i suoi coetanei giocavano a fare i rivoluzionari, Woz il mondo lo cambiava davvero: con un saldatore, qualche microchip e una capacità di risolvere i problemi che sfiorava il miracoloso.

Poi, naturalmente, c’è lui. Odiato e venerato, ripugnante e irresistibile, Steve Jobs è sempre stato il frontman di Apple, il suo volto pubblico, il predicatore per le masse del prodigio tecnologico. E l’andamento sincopato della storia della “mela colorata” , poi sbiadita nel minimalismo argenteo di oggi, dipende anche – o forse soprattutto – dalla sua personalità complessa, a metà tra il geniale e il paranoide. “Stay hungry, stay foolish!”. “Siate affamati, siate folli!”, recita l’aforisma più conosciuto (e forse più abusato) dell’orfano di Palo Alto che ha svelato all’umanità un futuro che l’umanità non sapeva di attendere.

Totalmente opposti nel carattere e nelle aspirazioni, ma capaci – a fasi alterne – di integrarsi alla perfezione, Jobs e Wozniak hanno portato Apple prima a dominare il mercato dei personal computer (con l’Apple II) e poi a sconvolgerne le fondamenta (con il Macintosh) senza però ottenere un risultato commerciale all’altezza della loro visione. Dieci anni vissuti pericolosamente, che si sono conclusi con l’addio di Wozniak e l’esilio di Jobs. Un epilogo che avrebbe ucciso un cavallo da guerra, ma che invece ha rappresentato l’inizio di una nuova, straordinaria avventura.

In crisi e senza più idee, verso la metà degli Anni  Novanta, Apple non trova di meglio che tornare a rifugiarsi dal suo pigmalione, richiamando Jobs all’ovile (con uno stipendio di un dollaro all’anno). E da quel momento Jobs non sbaglia un colpo. Prima l’iMac, che salva la società dalla bancarotta. Poi lo sguardo lanciato oltre i confini dell’immaginabile: l’iPod, l’iPhone, l’iPad, il mito.

Il 12 agosto del 2012 la Apple diventa la società privata con la capitalizzazione più alta di sempre sul mercato, superando i rivali storici di Microsoft. Oggi Jobs se n’è andato, Wozniak si gode la vita in giro per il mondo (karma is a bitch), Wayne si lecca ancora le ferite e Apple affida le sue sorti a Tim Cook, scelto personalmente da Jobs come successore.

Qualcuno, già da qualche mese, profetizza un futuro oscuro per Apple, apparentemente più impegnata a inseguire la concorrenza che a dettare i tempi dello sviluppo tecnologico. Ma il futuro è aperto. E, nel caso di Apple, potete scommetterci: oltre che aperto, il futuro sarà anche parecchio movimentato.

© Il Giornale, 2 aprile 2016