The Western Wall Apr29

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The Western Wall

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In tempi come i nostri, in cui l’antica e nobile arte di tirar su muri e barriere di ogni sorta sembra esser tornata nuovamente di moda nel Vecchio Continente, non dovrebbe sorprenderci più di tanto che gli strateghi elettorali repubblicani d’oltreoceano abbiano potuto trarre ispirazione da un tale ever-green per tentare di arrestare quella marea montante (e platinata) conosciuta come “The Donald”.

Il recente turno di primarie sulla East Coast è stato senza mezzi termini un trionfo per il miliardario newyorkese, agevolato nella raccolta di delegati anche dalla formula del “winner-take-all” in vigore in metà dei sei Stati in cui si è votato, ma altrettanto inarrestabile anche in quelli in cui era in vigore un sistema di ripartizione proporzionale stante le sbalorditive percentuali raccolte, oscillanti tra il 50 ed il 60 percento delle preferenze.

Un tifone che, per quanto annunciato e prevedibile, ha portato con se anche un forse tardivo – ma comunque inaspettato – cambio di passo nella strategia degli altri due aspiranti alla nomination repubblicana, i cui rispettivi staff hanno lasciato trapelare pochi giorni fa un “gentlemen’s agreement” che vedrebbe una desistenza di Kasich a favore di Cruz nelle oramai imminenti primarie dell’Indiana, in cambio di un eguale atteggiamento del Senatore texano nei confronti del Governatore dell’Ohio nelle successive primarie dell’Oregon e del New Mexico.

L’accordo, immediatamente investito dal fuoco di fila di molti commentatori, avrebbe come obiettivo finale quello di impedire – calcolatrice alla mano – che Trump possa raggiungere la soglia dei 1237 delegati necessari ad ottenere la nomination al primo turno nella convention repubblicana di luglio a Cleveland. Una vera e propria “muraglia occidentale” di natura elettorale costruita in tutta fretta per tentare di frenare, o quanto meno rallentare, lo tsunami partito dalla costa orientale e che rischia di travolgere ogni residua speranza per il popolo (sponda GOP) dei #NeverTrump, sulla strada per quel Super-Tuesday finale del 7 giugno in cui i 172 delegati californiani assegnati ad un unico vincitore stanno facendo passare notti insonni non solo agli addetti ai lavori.

Dalla parte dei due sfidanti del front-runner giocano le statistiche di questa campagna per le primarie, in cui ogni volta che The Donald è riuscito a spuntarla assestando apparenti colpi mortali agli avversari, ha poi dovuto scontare cocenti sconfitte in singoli Stati, un memento utile a confermargli il titolo di candidato alla nomination repubblicana più divisivo di sempre. Va comunque detto che le decisive primarie dell’Indiana, in cui Trump parte con un discreto vantaggio nei sondaggi, rischiano per Cruz di essere una sfida decisamente più ardua del trionfo in Wisconsin, in cui a parità di condizioni sfavorevoli in partenza aveva comunque potuto godere del non indifferente endorsement del governatore Scott Walker, condizione che non si replicherà nel più orientale degli Stati della Corn Belt.

A poco più di un mese dalla conclusione di queste primarie repubblicane i giochi sembrano dunque tutt’altro che fatti, non dovremo comunque attendere molto per capire se la strategia messa in campo dal duo Cruz-Kasich potrà effettivamente garantire quella “open convention” in cui a spuntarla sarà chi tra i tre candidati riuscirà ad imbastire la migliore strategia per convincere i delegati – liberi da vincoli – a sostenerne le ambizioni presidenziali. In tal senso sono numerose le fonti anonime riportate dalle testate statunitensi che già da diverse settimane confermerebbero la notevole capacità di convincimento dello staff del Senatore junior del Texas (che ha recentemente indicato come sua potenziale Vice-Presidente la texana Carly Fiorina, ex CEO del colosso informatico HP) nei confronti di molti degli attuali delegati trumpiani, pronti ad abbandonare il miliardario già a partire dal secondo turno di votazioni a Cleveland.

Difficile pensare che The Donald permetterà che gli accordi politici sottobanco dei suoi rivali gli guastino i festeggiamenti per i recenti trionfi, tuttavia fossimo nella cerchia dei suoi spin-doctor gli lasceremmo sul comodino il capolavoro letterario di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. È proprio quando una logorante guerra sembra oramai concludersi che bisogna ricordarsi di portare a casa la pelle.