I ribelli della Silicon Valley

thiel2Siamo nella Silicon Valley, la fetta meridionale della Baia di San Francisco che – dagli Anni Settanta – è diventata l’epicentro mondiale del libero mercato e della globalizzazione. Qui regna il potere di quella che Joseph Schumpeter chiamava “distruzione creativa”, fonte di ogni rivoluzione tecnologica e motore inesauribile della crescita economica. Un luogo perfetto, almeno in teoria, per visionari stravaganti e capitalisti con gli attributi. Un posto molto pericoloso, in realtà, per chi ha idee differenti da quelle – rigorosamente progressiste – della maggioranza.

Politicamente, la deriva sinistra della Silicon Valley è un fenomeno storicamente accertato. Dal 1992 ad oggi, i candidati repubblicani alla presidenza hanno sempre perso in tutte le contee della Bay Area (l’ultima vittoria è stata quella di Bush Senior nel 1988 a Napa County). Nel 2012, Barack Obama ha conquistato l’84% dei voti a San Francisco (contro il 13% di Mitt Romney) e ha raccolto più finanziamenti nella Silicon Valley di quanto non sia riuscito a fare a Hollywood o New York. Tanto per fare un esempio, sempre nel 2012, i dipendenti di Google hanno donato alla campagna di Obama 720mila dollari, contro i 25mila raccolti da Romney.

Ma il pensiero unico non si ferma al dominio elettorale del Partito democratico. Questa “bolla” di ortodossia sinistrorsa ha infatti reso la Silicon Valley, come accennavamo, un posto in cui chiunque abbia idee vicine al pensiero conservatore, libertarian o, semplicemente non perfettamente in linea con il politicamente corretto in voga durante la stagione in corso, viene osteggiato, deriso e molto spesso danneggiato professionalmente. Il caso più clamoroso degli ultimi anni è quello di Brendan Eich, un vero e proprio mito della rivoluzione digitale. Creatore del linguaggio di programmazione JavaScript e co-fondatore di Mozilla (gli sviluppatori del browser Firefox), Eich è stato costretto un paio d’anni fa ad abbandonare la società da lui stesso creata, dopo una terrificante rivelazione. Pedofilia? Cyber-terrorismo? Niente di tutto questo: semplicemente Eich, nel 2008 ha donato una piccola cifra alla campagna per il referendum denominato “Proposition 8”, il cui scopo era quello di abolire la legge sui matrimoni tra omosessuali. Risultato? La “Proposition 8” è passata con il 53% dei voti, la Corte Suprema della California l’ha dichiarata incostituzionale vanificando la vittoria elettorale dei proponenti, qualche anno più tardi Brendan Eich è stato cacciato da Mozilla a furor di popolo al termine di una raccapricciante caccia alle streghe progressista.

Naturale che, con questi chiari di luna, i repubblicani e i libertarian della Silicon Valley, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci tengano troppo a rendere pubbliche le proprie idee. La nomination di Donald Trump alle presidenziali di quest’anno, poi, ha addirittura peggiorato la situazione, provocando più di una defezione in un campo già abbastanza disunito e disorientato. La più rumorosa, anche perché più recente in ordine di tempo, è stata quella di Mark Cuban. Fondatore di Broadcast.com (acquistato da Yahoo! per 5,7 miliardi di dollari nel 1999), Cuban è l’eccentrico proprietario dei Dallas Mavericks. In tv è uno degli investitori ospiti fissi di Shark Tank, programma in cui giovani startupper propongono la propria idea a businessmen già realizzati. Politicamente è un libertarian, grande fan di Ayn Rand, spesso indicato come possibile candidato del GOP. Eppure qualche giorno fa, a Pittsburgh (dove è nato), è salito sul palco con Hillary Clinton per fare l’endorsement ufficiale a favore dell’ex segretario di Stato. Non ha cambiato idea, assicura, ma Trump è per lui insostenibile.

Un altro libertarian pro-business finito con i democratici è Marc Andreessen, “inventore” del browser Netscape e uno dei più apprezzati investitori della Silicon Valley, siede oggi nei consigli direttivi di Facebook, eBay e Hewlett Packard. Nel 2012 si schierò apertamente con Mitt Romney, causando più di qualche mal di pancia tra di democratici californiani. Oggi sostiene, altrettanto alla luce del sole,  Hillary Clinton perché “su immigrazione, commercio e libero mercato” le sue idee sono nettamente migliori di quelle dello sfidante repubblicano.  Altra posizione apertamente contraria a quella di Trump arriva da Paul Graham, investitore-filosofo dalle posizioni poco mainstream. Qualche mese fa aveva teorizzato, attirandosi le ire di larga parte del mondo progressista a stelle e strisce, una specie di “elogio” della diseguaglianza economica. Il GOP sarebbe naturalmente casa sua, se non fosse che l’attuale candidato repubblicano è considerato da Graham un vero e proprio pericolo per la stabilità degli Stati Uniti.

Uno che Trump non è riuscito a spaventare, invece, ma che anzi è stato uno degli speaker più efficaci alla Convention repubblicana di Cleveland, è Peter Thiel, co-fondatore e ceo di PayPal e primo finanziatore esterno di Facebook. Omosessuale dichiarato, evangelico e studioso del filosofo francese René Girard, Thiel era soprattutto conosciuto per le sue tendenze libertarian e per le sue donazioni milionarie alla campagna di Ron Paul nel 2008 e nel 2012. In questo ciclo elettorale, invece, ha deciso di esporsi in prima persona e, dopo aver appoggiato Carly Fiorina nei primi mesi delle primarie repubblicane, si è candidato come delegato “trumpiano” in California. Thiel, a differenza di molti dei suoi colleghi, non ha paura di dire quello che pensa e nel corso degli anni ha preso posizioni molto dure nei confronti della sinistra. Celebre un suo articolo scritto per la National Review nel 2011 in cui afferma che la “culture war” è stata persa alla fine degli Anni Sessanta, «quando gli hippy hanno conquistato l’America».

Curiosa anche la storia di Steve Hilton: britannico, ex senior policy advisor di David Cameron a Downing Street, autore del bestseller “More Human”, si è trasferito da poco nella Silicon Valley per fondare la piattaforma di crowdfunding politico CrowdPac. Considerato dai conservatori britannici “troppo di sinistra”, poteva essere la storia perfetta del moderato di destra che sceglie la Clinton. Invece no: qualche settimana fa ha definito l’ascesa di Trump come «una boccata di aria fresca», ricordando a tutti che The Donald «non è un pazzo» come cerca di descriverlo certa stampa ma «un candidato pragmatico e non ideologico: esattamente quello che la gente vuole».

Un capitolo a parte meritano Meg Withman e Carly Fiorina. Se chi lavora nella Silicon Valley e ha simpatie conservatrici è “coraggioso”, chi riesce addirittura a candidarsi per il GOP è come minimo un eroe. Loro, due donne, hanno mostrato molti più attributi di tanti maschietti. Meg Withman è l’attuale presidente e ceo di HP ed è nota al mondo economico per aver reso possibile il miracolo di eBay, portando in dieci anni il suo fatturato da 4 milioni a 8 miliardi di dollari. Meg, fieramente repubblicana, aiuta Romney nelle primarie 2008 e, quando Mitt vira su McCain, lo appoggia convintamente nella corsa impossibile contro Barack Obama. Due anni dopo si candida a Governatore in California: perde contro Jerry Brown ma si afferma come uno dei personaggi più interessanti sulla scena politica statunitense. Nell’ultimo giro di giostra ha sostenuto Chris Christie fino al suo endorsement per Trump: lì ha scelto di fermarsi. Negli ultimi giorni ha dichiarato il suo appoggio alla Clinton.

Per certi versi la storia di Carly Fiorina è molto simile a quella della Withman. Ceo di HP dal 1999 al 2005, Fiorina è stata la prima donna alla guida di una società nella Top-20 di Fortune. Anche lei si è esposta molto: attiva nella campagna di McCain nel 2008, due anni dopo ha corso per un posto da senatrice nel seggio impossibile della California. Sconfitta abbastanza scontata contro Barbara Boxer, ma anche per lei riflettori accesi su un possibile futuro in politica. Alle recenti primarie è stata una dei 16 sfidanti di Donald Trump: finita subito fuori dal giro che conta si è re-inventata possibile vice in un ticket con Ted Cruz. Non ha funzionato nemmeno in questa veste ma segnatevi i loro nomi perché ne sentirete parlare ancora per un po’.

Qualche personaggio controcorrente, magari poco esposto pubblicamente ma pronto a finanziare idee e partiti “non di sinistra”, si trova anche nella vasta schiera di amministratori delegati che gestiscono le aziende della Silicon Valley. Il nome più celebre è senza dubbio quello di Larry Ellison, fondatore di Oracle e ormai da decenni stabilmente nella Top 10 delle persone più ricche del pianeta. Tra i suoi candidati repubblicani preferiti: Rand Paul, Mitt Romney e, soprattutto, Marco Rubio.

In Intel, leader mondiale nel mercato dei microprocessori, troviamo invece il presidente Craig Barret (finanziatore di John Boehner e Mitt Romney) e il ceo Paul Otellini (Scott Brown e John Boehner). Simpatie repubblicane anche per il ceo di AOL (America OnLine), Tim Armstrong, e per il fondatore di Sun Microsystems, Scott McNealy, che ha donato a Mitt Romney, John McCain e Carly Fiorina e che – soprattutto – è sempre stato molto aperto nelle sue critiche pubbliche all’amministrazione Obama.

Le fortissime pressioni sociali che costringono al silenzio le seconde e terze file dei colossi della Silicon Valley, insomma, non riescono ad ottenere lo stesso effetto con personaggi in grado di gestire enormi quantità di capitali. E poi dicono che il denaro non rende liberi.

[Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su “Il Giornale” del 6 agosto 2016]