La castrazione collettiva dell’Occidente Ott05

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La castrazione collettiva dell’Occidente

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«Che diavolo è successo agli MTV Music Awards? Niente di inquietante o scioccante, nessuna Miley Cyrus strafatta che insulta Nicki Minaj sul palco, nessun tipo di provocazione e dunque nessun attimo di divertimento. Tutti invece, sono andati d’amore e d’accordo nel celebrare quel tipo di falsa inclusività politicamente corretta che ormai è diventata terribilmente noiosa e che, probabilmente, è la causa del vertiginoso crollo dei telespettatori che ha colpito lo show». A Bret Easton Ellis, lo scrittore americano autore (tra l’altro) di “Less Than Zero” e “American Psycho”, l’edizione 2016 dei Video Music Awards, organizzata lo scorso 29 agosto da MTV al Madison Square Garden di New York, proprio non è piaciuta. E durante l’ultima puntata del suo podcast ha letto integralmente un monologo del giovanissimo scrittore (e critico-provocatore) canadese Alex Kazami che spara a zero contro gli eccessi politically correct di una cerimonia ormai diventata un gigantesco spot per “Black Lives Matter”, il movimento – finanziato anche da George Soros – che accusa le forze di polizia statunitensi di essere intrinsecamente razziste nei confronti della comunità afro-americana.

Kazami, che non incarna esattamente lo stereotipo del vecchio trombone della destra conservatrice, visto che è un millennial di ventidue anni dichiaratamente gay, è ancora più feroce di Ellis. «Il Black Lives Matter Sabbath che è stato rappresentato ai Video Music Awards 2016 rappresenta la fine della cultura per come la conosciamo. L’intero show è stato un’ode alla narrativa liberal secondo la quale, visto che “i bianchi sono tutti cattivi”, almeno una persona su due tra quelle inquadrate dalla telecamera deve essere una donna di colore, perché siamo costantemente angosciati dalla necessità di non terrorizzare una generazione di spettatori cresciuta con una dieta di spazi di sicurezza,  auto-vittimizzazione e trigger warning (l’avvertimento che segnala la possibilità che un testo possa essere offensivo per qualcuno, ndr)».

Una scelta, secondo Kazami, totalmente ipocrita e dettata soltanto da strategie commerciali: «MTV non vuole esporre il suo pubblico a un immaginario pop pericoloso, per paura di offendere qualcuno, a meno che questo immaginario non ricada sotto il mantello protettivo del politicamente corretto. Ma la musica pop deve essere offensiva, non politicamente corretta».

«La maschera imposta allo show – continua il giovane scrittore canadese – è stata un melenso tentativo di dipingere ogni artista sul palco come un campione di bontà, indulgendo continuamente in riferimenti al movimento Black Lives Matter, alla brutalità della polizia, a Martin Luther King. Questo era il copione, il dogma a cui tutti hanno obbedito. Ed era palpabile il terrore che qualcuno potesse esprimere un’opinione contraria al dogma. È proprio questo che sta uccidendo la nostra cultura: la paura di essere puniti per non aver aderito integralmente a questa ideologia collettiva del politicamente corretto».

Il principale obiettivo delle critiche di Ellis e Kazami, con ogni probabilità, è stata l’interminabile performance di Beyoncé (vincitrice addirittura di otto premi), che nella sua coreografia ha esplicitamente fatto riferimento agli afro-americani uccisi dalla polizia (con i ballerini che crollavano al suolo dopo essere stati colpiti da una luce rossa) e che sul red carpet ha sfilato insieme alle madri di Mike Brown, Trayvon Martin ed Eric Garner, i tre uomini di colore che con la loro morte sono diventati il simbolo di “Black Lives Matter” (e una scusa per la guerriglia urbana scatenata dal movimento in molte città americane).

Ellis, in ogni caso, non è nuovo alle polemiche sugli eccessi del politicamente corretto e dei “social justice warriors”. Ad agosto, sempre sul suo podcast, se l’era presa con le «femministe isteriche» e «naziste del linguaggio» che avevano attaccato il critico musicale del Los Angeles Weekly, Art Tavana, per un presunto articolo “misogino” sulla cantante (e modella) Sky Ferreira. Per Ellis, queste femministe di nuova generazione sono diventate «nonnine aggrappate alle proprie collane di perle, terrorizzate dal fatto che qualcuno possa pensare qualcosa, su un qualsiasi argomento, che non sia l’esatta replica delle loro opinioni». «Queste piagnucolose narcisiste – afferma Ellis – utilizzano l’altissimo tono morale tipico dei social justice warriors, sempre fuori scala rispetto alle cose per cui si offendono. E si stanno trasformando in piccole naziste del linguaggio, con le loro regole di indignazione prefabbricata, invocando la censura ogni volta che qualcuno scrive, o dice, qualcosa che non aderisce completamente alla loro visione dell’universo».

«Questa sinistra liberal che si auto-proclama femminista – conclude l’autore di American Psycho – è diventata così iper-sensibile da essere ormai entrata in una fase culturale di autoritarismo. È qualcosa di così regressivo e lugubre da assomigliare terribilimente a un film di fantascienza distopica, ambientato in un mondo in cui è permesso un solo modo per esprimeri, in un clima di castrazione collettiva che avvolge tutta la società».

© Il Giornale, 4 ottobre 2016