Being Donald  Ott28

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Being Donald 

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[ovvero: perché intimamente faccio il tifo per lui]

Pochi giorni all’Election Day. Giorni da vivere con il coltello tra i denti – per l’inseguitore – giorni da vivere in modalità “occhio a non combinare bullshits (cazzate)” per il frontrunner. Donald, TheDonald, è l’inseguitore. A leggere i sondaggi – per sempre la massima di Disraeli secondo cui “i sondaggi servono  ai politici come i lampioni agli ubriachi: non per la luce ma per il sostegno” –  la sua rincorsa rischia di essere quella di Willie il Coyote: inutile. Ormai il distacco pare essere incolmabile: “double digits gap” a detta di molti. Hillary domina. Avesse imparato a farlo anche a letto, magari, ci saremmo potuti evitare la Lewinsky.

Donald, TheDonald, crea simpatia. È innegabile: non storcete il naso cari radical chic dei miei stivali (o pantaloni restando in tema) e tranquilli che la “fellatio” in musica non vi arriverà. È più facile possiate godere delle, ora, quasi migliaia di donne che dicono di essere state molestate dal ciuffo biondo. Maledetto sesso retroattivo! Intimamente sostengo Donaldo, Trump per tutti, Drumpf in origine. Aus Deutschland, of course.

Non è nato povero, non possiamo definirlo un completo “self made man“. Ma è la storia che ci ha raccontato e che ha illuminato gli occhi di molti. Forse una fiaba ereditata dal padre. Nel nome del padre, Fred. Costruttore prima di lui, immobiliare “tunnel and bridge”, ovvero, fuori dal luccichio di Manhattan. Zone buie, edilizia popolare: vendita di un sogno. Again. Nemmeno lui nato povero: suo papà qualcosa gli aveva lasciato. Più di qualcosa, tipo oltre 400 mila verdoni attuali. Il padre del padre, sì. Ecco lui era povero. Fino ad un certo punto. Da barbiere – non di Siviglia ma di Cermania – a imprenditore nel settore del “food & sex” ai tempi della corsa all’oro. La visione era giusta già allora. Ecco il Santo Graal della stirpe: la vision.

Donald, quindi, recita una parte. Quella del migliore, quella che tutti vogliamo raccontare. E non dobbiamo fargli una colpa. Ricapitolando: sesso, immobili, sfarzo. Quello della mamma o del fratello morto alcolizzato. Again. Bagaglio storico- culturale del TheDonald. Again, Make America Great Again. Anche questo slogan non è propriamente suo. Again.

Donald é l’iperbole: prendi qualcosa di non tuo, fai in modo tutti possano pensare possa essere tuo, spingilo al massimo e regala un sogno. Lo faceva il nonno con le bitches ai tempi dell’oro, il padre con le case per la middle class del Queens, lo fa Donald con lo sfarzo e il lusso per le star. Lo fa Donald per gli americani. Chiamateli poveri, stolti, ignoranti. Ma restano, comunque, sognatori. Lui l’ha capito. Amen.

Intimamente tifo per Donald perchè è un grido libero: viva i poorly educated. Gli ignoranti, sia chiaro. Non stracciatevi le vesti e non stracciateci le palle cari perbenisti da salotti culturali. Sull’ignoranza l’America ci vive, ci ha vissuto ed è cresciuta. “Steve Jobs non ha fatto l’università“: non prendete questo esempio solo quando vi fa comodo. È un culto l’ignoranza. È arte il saper fare: Make America Great Again mica Learn How to Make America Great Again.

Donald è incoerente? Ok, lo siamo tutti. Ma nella forza dei suoi “statements” l’incoerenza si perde e sta agli elettori capire cosa volesse o meno. Se poi è confuso vuol dire che è umano. Donald non ha pagato le tasse: bingo. Lo stato al servizio dell’uomo, della persona. Azzardato ma è una pratica che viene dal padre, Fred. Nessuna delle sue costruzione era autofinanziata. I soldi venivano dal governo. God bless the USA.

Donald non vince ma se vince… farà meno casini di Hillary per il semplice motivo per il quale non potrebbe diventare presidente: mica lo sa fare…

Donald, TheDonald. Make America Great Again