Obama fa lotta politica attraverso il fisco

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Un altro “piccolo” schiaffo alla costituzione. Lo scandalo dell’Internal Revenue Servise, l’Agenzia delle Entrate americana accusata di aver preso di mira – su ordine del presidente Obama – le organizzazioni no profit conservatrici, ne combina un’altra. Ed è paradossalmente una vittoria di chi da anni lotta per un ridimensionamento del potere dello stato nelle attività quotidiane dei cittadini statunitensi. Una decisione che contribuirà all’ascesa nei sondaggi delle istanze repubblicane. Tutto comincia circa sei mesi fa, quando l’ispettore generale dell’Irs rivela che l’agenzia esattoriale aveva condotto controlli “speciali”  sulle organizzazioni vicine al Tea Party, l’ala destra del Gop. Si trattava di ispezioni aggiuntive che  ritardavano le domande di esenzione fiscale. Quasi un ricatto da parte dell’amministrazione democratica. Fu un duro colpo per il presidente. Oggi, l’Irs propone nuove regole per la gestione delle attività politiche di organizzazioni no profit.

E non si tratta di un passo indietro. Di un accettazione dell’errore commesso. La normativa così riformata dovrebbe sconvolgere più di 50 anni di legislazione e prassi consolidata, limitando la capacità di alcune associazioni di militanza politica di condurre la propria attività. Scandalo si somma ad altro scandalo. A seguito delle modifiche i cittadini americani non potranno più registrarsi liberamente e partecipare ai lavori dei gruppi per sensibilizzare gli elettori ai loro programmi. Tali organizzazioni dovrebbero congelare tutte le loro attività a partire dai 60 giorni che precedono una tornata elettorale. Niente dichiarazioni pubbliche, niente manifestazioni. Niente campagna elettorale. Per una sorta di “par condicio fiscale”.  Se si fanno due conti, è legittimo chiedersi quale genio abbia permesso a un’agenzia prettamente economica di sbrigare anche compiti politici. Molti democratici e attivisti progressisti sono convinti che le nuove norme faranno bene al partito.

La sinistra chiede all’Irs anche la divulgazione di informazioni private dei donatori conservatori. Andando a colpire una normativa sancita dalla Corte Suprema secondo cui gli elettori hanno diritto di esercitare attività politica anonimamente. Nessun democratico ammetterà mai che l’obiettivo reale di queste misure è ostacolare gli avversari. E anzi, vengono serviti su un piatto d’argento per l’opinione pubblica dei super alibi, per lo più obiezioni regolamentari, tese a giustificare il loro operato. Il primo riguarda il carattere no profit delle organizzazioni: se si tratta di beneficienza, allora parlare di attività politica è un abuso. Per associazioni senza scopo di lucro, secondo i dem, si possono intendere esclusivamente organizzazioni religiose, sanitarie come la croce rossa e l’American Cancer Society.

In parole povere, non si può fare politica come volontariato. Secondo elemento contestato. Per poter elargie questo tipo di servizio è necessario promuovere il benessere sociale, non la politica. Come se la politica non dovesse perseguire il bene pubblico. Terzo. L’attività politica non deve ottenere agevolazioni fiscali. L’elemento che più colpisce è che fino alla metà degli anni ’90, quando questo settore era dominato da associazioni democratiche, questo problema non sia mai saltato furori. Piuttosto strano. Domani la commissione Finanze del Senato terrà un’audizione per confermare  John Koskinen alla guida dell’Irs. E’ un uomo di Obama. Sarebbe interessante chiedergli se sia corretto o meno che un’agenzia di riscossioni dei tributi si occupi di politica. La democrazia americana a guida progressista perde un altro tassello di democrazia.

Da “Il Tempo