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Prodi sul cuneo sta sbagliando tutto

Uno dei punti fondamentali del programma di Romano Prodi è l’abbassamento di 5 punti percentuali del cuneo fiscale. Il cuneo fiscale,per chi non lo sapesse, è la differenza fra i costi sostenuti dall’imprenditore per l’assunzione di un lavoratore (il salario più i contributi alla sicurezza sociale) e il reddito del lavoratore dopo le tasse e le indennità (il reddito netto). Insomma, in parole poverissime, la differenza tra quanto un lavoratore percepisce e quanto realmente costa all’azienda. L’OCSE ci dice che, in questo momento, il cuneo fiscale pesa per il 45.5% sui costi del lavoro nel nostro paese. Il rapporto ci racconta di un area europea in cui il cuneo pesa mediamente il 42.5%, ma peggio di noi stanno Germania e Francia (oltre il 50%). L’Ocse ha a più riprese ribadito la sua posizione riguardo al mercato del lavoro, sintetizzabile nella dicitura “più mercato,meno stato”. Pe capirlo,basta dare uno sguardo al “Jobs Study” dell’organizzazione. Si tratta di uno studio articolato e completo che, a partire dal 1992, analizza le dinamiche del sistema dei mercati del lavoro e propone strategie volte al miglioramento della situazione esistente. L’Ocse ritiene, a nostro avviso giustamente, che il reale problema dell’occupazione riguardi il mancato adattamento del sistema giuslavoristico alle nuove dinamiche economiche. In buona sostanza, il sistema esistente sopratutto in Italia non risponde più alle esigenze derivanti dalla globalizzazione dei mercati e non riesce nemmeno a garantire stabilità ai redditi dei lavoratori, portando con sè il controverso risultato di distruggere ciò che si vorrebbe difendere (il posto di lavoro). Le delocalizzazioni sono proprio questo: le imprese, oberate da un sistema rigido, creano occupazione altrove. Ciò che i sindacati vorrebbero difendere assieme al sistema, viene in realtà completamente spazzato via. Siamo ancora una volta a ribadire che la scelta non è tra lavoro flessibile o lavoro a tempo indeterminato; la scelta è tra lavoro e non lavoro. Ora la domanda è: serve la riduzione del cuneo fiscale? E se si, in che termini? La riduzione serve (e lo ribadisce anche l’OCSE) ma deve essere pensata in maniera tale da non intaccare gli oneri contributi necessari a finanziare la spesa sociale. La soluzione è quella intrapresa dal governo: un punto percentuale all’anno è una misura assolutamente sostenibile. Prodi però l’ha sparata grossa dicendo 5 punti nei primi cento giorni. Ma non è una cosa detta a caso. Dietro c’è, probabilmente, un accordo politico con la sinistra estrema. Abolizione della legge Biagi (accontentando sindacati e comunisti) e taglio drastico del cuneo fiscale (sistemando confindustria e moderati). Non è una soluzione seria. Primo perchè potrebbe risultare utilissima alle grandi imprese ma assolutamente innocua verso le piccole-medie industrie. Secondo perchè finirebbe con il creare un sistema in cui il lavoro costerebbe di meno ma con un mercato bloccato. Ciò porterebbe nuovamente i datori di lavoro alla ricerca di sistemi di elusione e di fuga dal diritto. Ritorneremo cioè ai co.co.co progettati da Treu, magari sotto altra veste. Il costo del lavoro è un problema serio, ma va risolto con misure organiche e non estemporanee. Se alla riduzione drastica del cuneo, non accompagniamo massicce dosi di flessibilità saremo comunque al punto di partenza. L’Ocse,infatti, fa notare:

“Ridurre il cuneo fiscale è un obiettivo molto seducente, ma è più difficile a dire che a fare, in quanto significa ridurre le spese sociali (…) Proprio nel momento in cui la popolazione invecchia, è difficile tagliare i prelievi sui salari, perché rappresentano una larga fetta del reddito fiscale e finanziano i regimi sociali”

Ciò significa solo una cosa: tagliare cinque punti di cuneo in 100 giorni oltre che matematicamente impossibile potrebbe risultare socialmente devastante. E’ sicuramente meglio agire sulla leva normativa e cercare di adattare il sistema del diritto al sistema economico, rendendo tutto più armonico. Proprio l’Ocse ci da la soluzione, che non è di questi giorni ma di qualche anno fa ed è racchiusa nella “Job Creation Strategy” dell’organizzazione:

“Creare condizioni che favoriscano la diffusione di contratti di lavoro flessibile, sopratutto attraverso incentivi fiscali e contributivi  alla riduzione dell’orario di lavoro e al ricorso a prestazioni di lavoro a tempo parziale”

Per la cronaca, è l’esatto contrario di ciò che va sostenendo il professor Prodi riguardo alla tassazione del lavoro flessibile.