Buchanan l’eroe antistato

“La gente, a volte, interpreta il mio lavoro come una appassionata difesa della libertà. Ma la mia non è tanto un’idea preconcetta, quanto un risultato della mia metodologia. E’ come se fossi un artista che conosce e usa solo un pennello rosso. Non sareste sorpresi se i suoi dipinti risultassero tutti in varie sfumature di rosso”.

James Buchanan, premio Nobel per l’Economia nel 1986, è morto ieri all’età di 93 anni. Proprio quando è condannato dai collettivisti di destra e di sinistra, il liberalismo ha perso uno dei suoi maggiori ispiratori contemporanei. Come dichiarava in questa intervista rilasciata all’Austrian Economics Newsletter (del Mises Institute), la libertà dell’individuo era il suo orizzonte, la sua metodologia, il suo pensiero. Essendo uno dei due fondatori (assieme a Gordon Tullock) della scuola economica della “Scelta Pubblica”, contribuì a rivoluzionare anche la scienza politica e diede una solida base teorica alla battaglia contro lo statalismo sfrenato.

Assieme a Gordon Tullock scrisse, nel 1962, “Il calcolo del consenso” in cui dimostrava come la politica funzionasse esattamente con le stesse logiche del mercato: ogni scelta, anche se fatta da un politico, è volta al perseguimento del proprio interesse personale. Questa constatazione, come diceva Buchanan è frutto di “semplice buon senso, contrapposto alle fiabe” scritte attorno al ruolo dei politici, spesso descritti agiograficamente come dispensatori del “bene comune”. Prima dell’opera di Buchanan e Tullock, gli economisti e gli scienziati politici tendevano a porre l’enfasi sui “fallimenti del mercato” a cui solo l’intervento dello Stato avrebbe potuto porre rimedio.

Con “Il calcolo del consenso”, la prospettiva si ribalta. Lo sguardo va ai fallimenti dello Stato: i politici fanno leggi che permettono loro di guadagnare i voti del loro elettorato, indipendentemente dalla loro bontà o razionalità. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di privilegi elargiti alla propria circoscrizione elettorale, a vantaggio di lobby e minoranze organizzate e a scapito del resto della popolazione. Gli elettori, soprattutto quelle minoranze organizzate di elettori in grado di esercitare pressioni sui politici, votano a loro volta in base al loro interesse particolare: contribuiscono ad eleggere quel politico che elargisce i maggiori privilegi.

La burocrazia, sulla cui natura “neutrale” e “tecnica” vige ancora un religioso rispetto, altro non è che una parte in causa di questo gioco: al anche al burocrate conviene compiere scelte che massimizzano il suo interesse personale. Trovandosi in posizione privilegiata, avendo a disposizione maggiori informazioni rispetto agli stessi politici, l’alto funzionario può influenzare la politica per avere più fondi e più leggi a favore di se stesso, del suo dipartimento e dei suoi progetti. Lungi dall’intervenire in modo razionale per correggere i “fallimenti del mercato”, lo Stato finisce inevitabilmente per inquinare il mercato e peggiorarne gli esiti.

Il Buchanan politico è diretta emanazione del Buchanan analista: constatando che questa è la politica (ed altro non potrebbe essere), la sua proposta è quella di ridurne il potere al minimo indispensabile. L’economista premio Nobel è sempre stato un convinto sostenitore di un rigido controllo costituzionale sulle funzioni del governo e delle istituzioni burocratiche. Pur non essendo anarchico, ha dato ottimi spunti di riflessione anche agli anarchici. Soprattutto agli anarco-individualisti come Murray Rothbard, che, forti dell’analisi crudamente realista di Buchanan, hanno potuto ribadire il concetto che la miglior politica è l’assenza di politica. Ma anche all’interno dell’attuale ordine democratico, Buchanan ha indirettamente suggerito ai liberali come contenere il potere dello Stato: alleandosi con quelle categorie di cittadini che sono penalizzati dall’interventismo pubblico.

L’esempio più lampante è la lobby anti-tasse Americans for Tax Reform di Grover Norquist: puntando sull’interesse (egoistico) di molti a pagare meno tasse, sposta voti a favore di quei politici che promettono di ridurle o, per lo meno, non aumentarle. In questo modo, invece di premere per ottenere privilegi, si vincola lo Stato (negandogli fondi) affinché faccia meno danni. Il Tea Party, negli ultimi anni, è un altro esempio di “Scelta Pubblica” antistatalista. Chi per difendere la propria parrocchia, chi per i tutelare i propri interessi economici, chi per pagare bollette meno care, chi per convinzione teologica… i tea partiers sono un eterogeneo gruppo di pressione che elegge solo quei politici che mirino alla riduzione del potere dello Stato.

Paradossalmente il Paese in cui Buchanan è meno seguito è quello in cui sono più evidenti le perversioni politiche da lui analizzate. Stiamo ovviamente parlando dell’Italia. Dove il “voto di scambio” è brutale quanto evidente, dove bastano 50 miseri euro per vendere una scheda all’urna, un paio di scarpe per conquistare un elettore, una ricarica telefonica per fidelizzarlo. Eppure, a parte qualche piccolo esperimento, qui nessuno ha mai pensato di leggere seriamente Buchanan e organizzare, in un gruppo di pressione, tutte le vittime dello statalismo selvaggio.