Il razzista inventato dai media

Negli Stati Uniti non si è ancora spenta l’eco del processo Zimmerman, l’ispanico che in Florida, nel febbraio del 2012, ha ucciso il giovane nero Trayvon Martin ed è stato assolto per legittima difesa, scatenando proteste ed episodi di violenza in molte città americane. Il punto non è l’esito di un processo difficile, vincolato ad una legislazione (quella della Florida) particolarmente permissiva sul diritto all’autodifesa. Il punto è come questo caso è stato manipolato dai media con estremo cinismo per costruire una motivazione razziale inesistente. Già nei giorni successivi alla morte di Trayvon, molti organi d’informazione avevano puntato a sottolineare l’identità bianca di Zimmerman il quale, in realtà, a dispetto del suo cognome europeo, era ispanico.

Ma la favola del vigilante bianco che uccideva il giovane nero disarmato e innocente era una storia troppo ghiotta per non essere presa al balzo dalla fantasia contorta di intellettuali e giornalisti; e siccome il mostro non poteva appartenere ad una minoranza più minoranza di quella di Trayvon, nei mesi successivi il New York Times dovette inventarsi una nuova categoria etnica: quella del “white-hispanic” (bianco-ispanico), per giocare sulle divisioni razziali più primitive della società americana.

La Abc, la prima tv ad avvalorare nei suoi notiziari il movente razziale (Trayvon era “morto perché era nero”), è stata anche la televisione che ha trasmesso lo scoop delle immagini a circuito chiuso dell’arrivo di Zimmerman alla stazione di polizia quella tragica notte, affermando che non erano visibili le ferite che lui dichiarava di aver subito dal ragazzo. In realtà il video era una copia a bassa definizione dell’originale, nel quale invece le ferite alla testa e al volto di Zimmerman erano evidenti. L’emittente riconobbe l’errore solo giorni dopo, quando ormai la bugia si era diffusa in rete.

Un’altra tv, la Nbc, ha dovuto ammettere di aver alterato,  “per errore e non per dolo”, il contenuto della telefonata tra Zimmerman e la polizia avvenuta poco prima della sparatoria; errore che faceva sembrare il vigilante ispanico un razzista prevenuto. Anche in questo caso, la telefonata agli atti dimostrava che Zimmerman non aveva neppure certezza che il ragazzo che aveva di fronte e che da lì a poco lo avrebbe aggredito fratturandogli il naso e sbattendogli ripetutamente la nuca sul marciapiede, fosse un nero.

Mano a mano che nei mesi emergevano nuovi elementi che tracciavano il profilo di un altro Zimmerman rispetto a quello che i media stavano costruendo, il mainstream liberal provvedeva a nasconderli: la notizia che il vigilante avesse salvato dei bambini coinvolti in un incidente d’auto spinse alcuni giornalisti a specificare che le vittime “erano bianche”; come a dire che se fossero state nere non le avrebbe salvate. E seppure dalla sua vita, sezionata nei minimi particolari, Zimmerman risultasse estraneo a qualsiasi comportamento razzista (anzi era conosciuto nel quartiere per aver aiutato famiglie afro-americane), continuava ad essere il mostro costruito a tavolino e funzionale alla narrazione mediatica.
Al Sharpton, il delirante reverendo attivista dei diritti civili, dalla sua seguitissima rubrica televisiva tuonò per mesi contro l’omicida razzista. Fu lui ad affermare che Trayvon avrebbe “potuto essere uno dei nostri figli”. Frase che durante la campagna elettorale per le presidenziali in Florida, fu ripresa da Obama: “se avessi un figlio sarebbe come Trayvon”.

Sui social media si diffusero inviti alla vendetta e alla violenza. Spike Lee, il famoso regista afro-americano,  arrivò a pubblicare sul suo profilo Twitter l’indirizzo di Zimmerman; indirizzo che era sbagliato e che costrinse la coppia di settantenni che lì abitava ad abbandonare la casa dietro il rischio di attentati. L’imbecillità degli intellettuali può raggiungere livelli tragicomici. Quattro mesi dopo l’episodio, un sondaggio della CNN rivelava che il 62% degli americani riteneva Zimmerman colpevole di omicidio a sfondo razziale; prima ancora che il processo prendesse il via, prima ancora che in un dibattimento si ascoltassero le ragioni della difesa, l’opinione pubblica manipolata dai media aveva già condannato il vigilante ispanico.

Doug Spero, grande esperto di comunicazione e giornalista televisivo, ha scritto che con il processo Zimmerman, il mondo dell’informazione  “ha dimostrato di avere un disperato bisogno di un corso di aggiornamento in principi giornalistici ed etica”. La realtà è che il povero Trayvon Martin non era un ladro e che George Zimmerman non è un razzista assassino; eppure un tragico episodio di cronaca nera in cui responsabilità e fatalità si sono incrociate, è diventato per giornali e televisioni un episodio da manipolare per costruire una narrazione capace di condizionare potere e immaginazione. La dimostrazione che non c’è nulla di più razzista del razzismo degli anti-razzisti.

© Il Tempo, 29 Luglio 2013

(Tratto da “Il blog dell’Anarca)