Triumph!

BERLINO – “Triumph” è stato il termine scelto dai più importanti quotidiani tedeschi all’indomani del voto federale in Germania e questo trionfo può avere solo un nome: Angela Merkel. La Cancelliera tedesca, a capo della formazione cristiano-democratica CDU, ha ottenuto il 41,5% dei consensi distaccando di oltre 15 punti i social-democratici tedeschi (SPD), seguiti con poco più dell’8% da “die Linke” (sinistra radicale) che diventa così il terzo partito del Paese con uno storico sorpasso ai danni dei Verdi per uno 0,2% in più. In sintesi, numeri a parte, è l’ecatombe della sinistra in Germania e al contempo il trionfo politico e personale della prima donna Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca. Rimangono fuori dal Bundestag i liberali (FDP), prima volta nella storia politica del Paese dal Dopoguerra, e la giovane formazione euro-scettica “Alternative für Deutschland”, non avendo entrambi superato di poco la soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale al 5%. Ne risulta pertanto un Parlamento con una consistente rappresentanza di cristiano-democratici, 311 seggi, avvicinandosi così di poco alla maggioranza assoluta del Bundestag, anche grazie alla redistribuzione a favore dei quattro partiti eletti di quei seggi preclusi alle formazioni rimaste senza rappresentanza a causa dello sbarramento.

All’interno della CDU non è stata tanto la vittoria a sorprendere, ampiamente prevista da tutti i vari sondaggi pubblicati sulla stampa (incluso il giorno del voto), ma senz’altro la sua grandezza. Una vittoria che vede dominare il partito della Merkel in quasi tutti i collegi, a eccezioni di alcune roccaforti rosse in Länder come la Bassa Sassonia e il Nord Reno-Vestfalia e nelle città stato Amburgo, Brema e la parte est di Berlino. L’analisi dei flussi elettorali dimostra tutta l’imponenza di questo risultato, evidenziando come i cristiano-democratici abbiano ottenuto, rispetto alle ultime elezioni federali del 2009, oltre un milione di voti dagli astensionisti (la partecipazione al voto è infatti salita al 71,5%), e oltre due milioni di voti dagli ex elettori dei liberali.

Questo dato, insieme al quasi mezzo milione di voti andati ad “Alternative für Deutschland” rende l’idea del tracollo dell’FDP. A nulla è servito l’appello dei dirigenti liberali agli elettori cristiano-democratici a scegliere con il “secondo voto” (la prima scheda elettorale permette di scegliere il candidato del collegio, la seconda il partito da eleggere al Bundestag) la loro formazione, in modo da poter riproporre il governo di coalizione CDU-FDP. Un perverso meccanismo che aveva già troppe volte bastonato i cristiano-democratici in diverse elezioni regionali di importanti Länder tedeschi, tanto che in campagna elettorale la Merkel ha più volte ribadito chiaramente che chi la voleva ancora Cancelliera, doveva votare CDU.

Quella appena trascorsa si potrebbe definire una campagna elettorale da manuale per Frau Merkel, sempre consapevole del vantaggio di cui godeva e presa in contropiede forse solo dall’improvvisa apparizione nel tour elettorale dell’SPD a Detmold dell’ex Cancelliere Gerhard Schröder, per sostenere il debolissimo candidato social-democratico Peer Steinbrück.

Una campagna elettorale senz’altro imponente, con una presenza sul territorio notevole, specialmente nei grossi centri urbani, e molto curata anche su internet e social network per catturare il voto di quell’elettorato giovane che vedeva nella CDU un partito forse non molto moderno. Ma la presenza nel governo uscente di un Vice Cancelliere di origine vietnamita e un Ministro degli Esteri dichiaratamente omosessuale, sebbene appartenenti al partito liberale, aveva già svecchiato da tempo l’immagine del governo di coalizione e della sua Cancelliera. Il fattore più inedito di questa campagna è stato forse l’aver fatto leva sull’elettorato dell’orgoglio patriottico, della fierezza di essere tedeschi.

Cosa forse scontata e normale in molti Paesi specie in contesti come una campagna elettorale, ma questione molto delicata e controversa in Germania per via della storia che si lascia alle spalle. Il concetto si è ben espresso nello slogan “Erfolgreich gemeinsam” (Insieme con successo), ripetuto insistentemente ad ogni appuntamento elettorale. Angela Merkel ha saputo, anche per un elettorato così metodico e razionale come quello tedesco, parlare non solo alla testa ma anche alla pancia delle persone; è riuscita a dar voce ad un sentimento di fierezza nazionale composto, misurato, ma assolutamente autentico.

Operazione non certo semplice e realizzabile solo da una persona come lei nata nella Germania dell’Est del Secondo Dopoguerra. I tedeschi sanno di essere il Paese economicamente e politicamente più influente d’Europa e riconoscono nella Cancelliera la guida necessaria per esercitare questo ruolo. Nel Paese dove l’occupazione ha raggiunto livelli record dal Dopoguerra e dove si parla di “spread” in quanto i Bund (titoli di Stato) tedeschi sono così affidabili da riconoscere al creditore livelli così bassi di interesse da non coprire nemmeno l’inflazione annua, la Merkel sembra essere la garanzia politica del proseguo di questo benessere.

Una situazione economica che però nasce da importanti riforme varate nell’epoca Schröder e di cui i cristiano-democratici se ne sono indubbiamente avvantaggiati. Frau Merkel è stata rassicurante, è stata quella persona che aveva, come recitava un cartellone appeso ad un’intera facciata di un edificio nel centro di Berlino, “il futuro della Germania in buone mani”.

Durante l’appuntamento di chiusura della campagna elettorale al Tempodrom di Berlino il discorso della Cancelliera ha saputo toccare tutti i temi più sentiti dagli altri partiti competitori, quasi a ribadire la sua capacità (o opportunismo) nel saper fare sintesi di tutte le esigenze del popolo tedesco, riaffermando il ruolo della CDU come grande partito di massa con fortissimi e insistenti richiami al modello economico di riferimento, la “Marktsozialwirtschaft”, l’economia sociale di mercato. Ha parlato di welfare e politiche sociali eque, temi cari all’SPD, di libertà e adeguato livello di tassazione, temi invece cari all’FDP, all’ambiente e alla bontà della scelta di chiudere gradualmente le centrali nucleari in Germania, da sempre tema centrale dei Verdi, nonché un netto no agli Eurobond e alla politica assistenzialista senza in cambio necessarie riforme verso i Paesi del Sud Europa, questi invece temi cari all’elettorato del movimento “Alternative für Deutschland”.

Ha saputo dire qualcosa a ciascun tedesco, aggiungendo argomenti fondanti della politica della CDU come le politiche per la famiglia. Una campagna elettorale però molto autoreferenziale, dove non solo non si è parlato di politica estera (argomenti come la Siria, l’Iran erano pressoché inesistenti), me nemmeno di Europa. L’UE è stata solo chiamata in causa negli ultimi giorni con toni rassicuranti, per ribadire che un Europa (e un Euro) forte sono al contempo condizione e conseguenza di una Germania forte. Si è parlato di Unione Europea solo sotto un aspetto economico, mai politico.

Da una così netta affermazione elettorale però, non ne è seguita una maggioranza chiara e politicamente affine per governare. L’uscita di scena dei Liberali ha messo Frau Merkel nelle condizioni di decidere tra una coalizione con i Verdi, già difficilmente sperimentata ad Amburgo ma inedita a livello federale, oppure la riproposizione della Große Koalition con l’SPD, molto più probabile ma che limiterebbe i social-democratici nel fare un opposizione ferrea al terzo Governo Merkel, utile così per puntare da subito su una persona che possa rappresentare fra quattro anni un “Anti-Merkel” all’altezza.

C’è chi scommette su Hannelore Kraft, Presidente del Nord Reno-Vestfalia e Vicepresidente dell’SPD, che ha già rifiutato di candidarsi durante queste elezioni federali in quanto da poco eletta nel suo Land. Forse sarà presto per dirlo, ma il futuro politico della Germania sembra caratterizzato ancora a lungo da potenti e popolari figure femminili che riescono a interpretare, meglio di altri, i sentimenti della Germania più profonda.