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Speech Police vs Freedom

freedom_of_speechCon i suoi 238mila studenti, 20mila professori e 135 mila dipendenti, la University of California è uno dei fiori all’occhiello del sistema di educazione superiore negli Stati Uniti. Fondata nel 1868 a Berkeley, sulla costa orientale della Baia di San Francisco, «Cal» – come la chiamano confidenzialmente alunni ed ex alunni – è costantemente annoverata tra le università più prestigiose del mondo. Tra studenti, ricercatori e professori, nel corso della sua lunga storia ha prodotto 72 premi Nobel, 20 Academy Award e 11 Pulitzer.

Prima che però vi venga l’idea, durante la prossima vacanza negli States, di farvi un giro in uno dei dieci campus che appartengono a questa autorevole istituzione accademica, ricordatevi questo piccolo particolare: vi converrà tenere la bocca chiusa.

L’attuale presidente dell’Università della California, Janet Napolitano (già controverso segretario della Homeland Security durante il primo mandato dell’amministrazione Obama), ha infatti recentemente emesso una circolare con una serie di regole per studenti, impiegati e professori volte a limitare l’utilizzo di «frasi razziste o sessiste» per «migliorare la convivenza nei campus». Il documento non si limita, come spesso accade, a qualche vuota enunciazione di principio, ma entra drammaticamente nei dettagli. La frase «L’America è la terra delle opportunità» diventa una sorta di codice razzista che «contribuisce a rendere tossico il clima culturale». E non azzardatevi a ripetere il luogo comune secondo cui gli Stati Uniti sono un «melting pot», potreste venire etichettati come bianco-centrici e poco rispettosi di chissà quale tradizione tribale. Altre frasi vietate sono «Io credo che la persona più qualificata debba ottenere quel lavoro», «C’è solo una razza, quella umana» e «Perché sei così silenzioso, oggi?». Nel tentativo, evidentemente, di non offendere gli incapaci, gli alieni e i muti (anzi, scusate, i «diversamente parlanti»).

Tra le frasi «potenzialmente offensive», non mancano «Da dove vieni?» e «Dove sei nato/a?», che pure dalla notte dei tempi sono l’ouverture preferita dagli studenti di tutto il mondo per attaccare bottone con i coetanei. Ma che la Napolitano ritiene insidiose trappole semantiche per sbandierare la propria presunta superiorità geopolitica.

Fu proprio il campus di Berkeley, esattamente mezzo secolo fa, a dare vita al «movimento per la libertà di parola», che chiedeva l’abolizione del divieto per gli studenti di manifestare le proprie opinioni politiche. Un movimento che poi si trasformò nella contestazione studentesca alla guerra in Vietnam e che in Europa fu importato, ibridato con marxismo e maoismo, nel Sessantotto. È una tragica ironia della storia, dunque, che proprio Berkeley sia all’avanguardia di quella follia politicamente corretta che oggi rappresenta il nemico più pericoloso della libertà di parola (e di pensiero).

Ma il virus P.C. non è certo confinato alla University of California. Sono almeno tre – Jerry Seinfeld, Chris Rock e Daniel Lawrence Whitney (nome d’arte: «Larry the Cable Guy») – i comici statunitensi, tra quelli più famosi, che hanno scelto di rinunciare ad esibirsi davanti agli studenti delle università, che pure tradizionalmente rappresentano un pubblico importante per chi si esercita nella nobile arte della stand-up comedy. Il motivo? Il terrore di ritorsioni da parte dei sacerdoti di questa nuova religione che vede «microaggressioni» dappertutto. «Riescono solo a dire “sessista” e “razzista” – ha spiegato proprio Seinfeld, intervistato da Colin Cowherd su Espn Radio – ma il più delle volte non hanno la minima idea di quello di cui stanno parlando».

Deve aver pensato qualcosa di molto simile Val Rust, professore di «educazione comparata» in un’altra università californiana, la Ucla di Los Angeles, quando un gruppo di studenti di colore ha iniziato ad accusarlo di «comportamenti razzisti» dopo una vita passata a spiegare le differenze tra il sistema educativo scandinavo e quello delle tribù della Nuova Guinea, con un approccio «alternativo e post-moderno» perfettamente in linea con i parametri ultraprogressisti del mondo accademico. La grave colpa di Rust (a parte l’insegnamento di materie inutili)? Aver osato correggere la forma grammaticale di alcuni compiti scritti dai suoi studenti. Correzioni che, secondo i suoi accusatori, «riflettevano scelte grammaticali percepite come un’offesa alle minoranze».

Dieci studenti (otto bianchi e due neri) consegnano un compito, il professore corregge alcuni vistosi errori grammaticali (a uno dei due neri), dunque il professore è razzista. Com’è andata a finire? Il professore è stato prima richiamato e poi cortesemente (si fa per dire) allontanato dall’università dietro le pressioni del «Movimento di resistenza degli studenti di colore», mentre lo studente sgrammaticato (tale Kenjus Watson) gira per i campus di tutti gli Stati Uniti a tenere conferenze sul razzismo, a spese di un fantomatico «Gruppo di dialogo interrazziale» creato in tutta fretta da Ucla.

Casi come questo si ripetono con una frequenza allarmante nelle università di tutti gli States. Al Wellesley College nella contea di Norfolk, in Massachusetts, alcune «femministe arrabbiate» hanno fatto rimuovere una statua di un uomo in mutande in quanto espressione del «privilegio maschile» e «istigazione allo stupro». Allo Smith College di Northampton, sempre in Massachusetts, è stata messa al bando la parola «crazy» (pazzo), perché poco rispettosa nei confronti delle persone con handicap mentali. L’amministratore dello Stevenson College di Santa Cruz, in California, si è scusato pubblicamente perché alcuni studenti hanno organizzato una festa a tema sugli alieni in cui si mangiavano burrito («alien» in inglese significa anche «straniero» e i burrito sono un cibo tipico messicano). Alla University of New Hampshire sono state vietate le parole «omosessuale» (si deve dire «amante dello stesso genere»), «americano» (perché utilizzata come sinonimo di «statunitense») e «anziano» («persona di età avanzata»).

Il fronte di questa guerra di trincea alla libertà di parola, a colpi di «microaggressioni», non si limita alle università degli Stati Uniti. Nell’ottobre dello scorso anno, agli studenti del Goldsmiths College della University of London è stato vietato di organizzare una commemorazione dell’Olocausto, perché la manifestazione sarebbe risultata «eurocentrica e colonialista». E a negare l’autorizzazione, stavolta, non è stata l’amministrazione del college, ma quella sorta di «sindacato degli studenti» (student union) che ormai monopolizza le attività di tutte le università anglofone. Con un voto di 60 a 1 gli studenti hanno deciso che «i bianchi non hanno il diritto di esprimere condanne nei confronti dei genocidi». Un giorno prima, lo stesso sindacato degli studenti aveva rifiutato di sottoscrivere una mozione di condanna nei confronti dell’Isis. Meglio terroristi che islamofobi.

© “Il Giornale” del 29 settembre 2015