Trump e Brexit

Una rabbia cieca verso l’establishment politico e una paura irrazionale dell’immigrazione. Sarebbero questi, secondo la maggior parte degli osservatori, i due fattori che più alimentano fenomeni definiti populistici come la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca, al di là dell’Atlantico, e al di qua l’ampio consenso all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, su cui i cittadini britannici decideranno il prossimo 23 giugno.

Prima dell’assassinio della deputata laburista Jo Cox i sondaggi registravano una maggioranza di favorevoli alla cosiddetta Brexit, con vantaggi anche superiori ai 7 punti percentuali, ma anche oggi il consenso è ampio tanto da rendere l’esito del referendum ancora incerto. Il 41% degli intervistati indica l’immigrazione tra i temi più importanti per la sua decisione di voto e circa la metà ritiene che il problema sarebbe gestito meglio dalla Gran Bretagna fuori dall’Ue. Fondati o meno, gli argomenti allarmistici della campagna pro Ue potrebbero aver sortito l’effetto opposto. Qualche giorno fa il presidente dell’Eurogruppo, e ministro delle finanze olandese Dijsselbloem metteva in guardia: “In Olanda di referendum sull’Ue ne abbiamo avuti due, e la mia esperienza è che una cosa che sicuramente non funziona è quella di minacciare gli elettori con conseguenze terribili: non è un buon approccio”.

Ma c’è qualcos’altro, oltre la paura? L’editorialista del New York Times Thomas B. Edsall ha cercato di indagare il meccanismo psicologico alla base del risentimento che sembra animare i sostenitori di Trump, giungendo alla conclusione che è in atto una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto – che si tratti di immigrazione e minoranze, di parità di genere, religioni, o di qualsiasi altro tema.

In molti elettori bianchi, osserva Edsall, è radicata la convinzione che il multiculturalismo imposto per legge, quella rete di leggi e direttive antidiscriminatorie a livello statale, locale e federale, e altri atti regolatori volti a implementare politiche di discriminazione positiva, siano stati progettati “per portare gli americani alla sottomissione”, e che il politicamente corretto sia un mezzo censorio e coercitivo per silenziare la loro opposizione, per esempio all’immigrazione legale e illegale. E il rifiuto dei Democratici e in generale della sinistra americana di ascoltare, di concedere una qualche legittimità al malcontento dell’America bianca per la perdita di potere e status a vantaggio di minoranze e ondate di immigrati da tutto il mondo non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco.

Per comprendere questa rivolta di ampi settori dell’opinione pubblica contro tutto ciò che suona politicamente corretto, Jonathan Haidt, professore presso la New York University, suggerisce di ricorrere al concetto di “reattanza psicologica”, descritta come “la sensazione che si prova quando cercano di impedirti di fare qualcosa che hai sempre fatto, e percepisci che non hanno alcun diritto o giustificazione per fermarti. Così raddoppi i tuoi sforzi e lo fai ancora di più, solo per dimostrare che non accetti il loro dominio. E gli uomini, in particolare, sono preoccupati di dimostrare che non accettano il dominio”. “Questa reazione – scriveva nel 1966 Jack W. Brehm, il primo a sviluppare questa teoria – è particolarmente comune quando gli individui si sentono obbligati ad adottare una particolare opinione o ad impegnarsi in un comportamento specifico. In particolare, una diminuzione percepita nella libertà accende uno stato emotivo, chiamato reattanza psicologica, che suscita comportamenti volti a ripristinare questa autonomia”.

Tradotto al fenomeno Trump, secondo Jonathan Haidt “decenni di politicamente corretto, teso a rappresentare gli uomini bianchi eterosessuali come cattivi e oppressori, ha causato un certo grado di reattanza in molti, forse nella maggior parte di loro”. Sia nei luoghi di lavoro che nel mondo accademico, Haidt sostiene che l’approccio accusatorio e vendicativo di molti attivisti per la giustizia sociale e sostenitori del multiculturalismo potrebbe in realtà aver accresciuto in molti il desiderio e la volontà di dire e fare cose non politicamente corrette. Da una ricerca di Simon Hedlin e Cass Sunstein, emerge che alcune persone respingono una politica o un’azione, anche se chiaramente nel loro vantaggio, quando si sentono spinte o costrette a prendere la decisione “giusta”.

Trump, che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come “non sta bene” pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l’intero suo programma. In politica non c’è legame più difficile da spezzare dell’immedesimazione, dell’empatia, tra un leader e i suoi elettori. La dichiarazione del presidente Obama sulla strage a Orlando, in Florida, epurata da ogni riferimento alla matrice islamista dell’attacco, è il tipico esempio del politicamente corretto contro il quale si ribellano Trump e suoi sostenitori.

Tornando al di qua dell’Atlantico, sul consenso alla Brexit, e in generale sul successo dei movimenti euroscettici, non c’è solo la paura. Anche l’europeismo negli anni è diventato un tabù del politicamente corretto, tanto da suscitare repulsione viscerale in un numero sempre maggiore di cittadini europei, a prescindere dai singoli problemi e Paesi. Emblematiche dell’atteggiamento miope delle elite europeiste sono le parole di Mario Monti, che bolla il referendum britannico come “abuso di democrazia”.

La sensazione di perdita di identità, culturale e socio-economica, di fronte a grandi cambiamenti sia demografici che economici alimenta, anche in modo esagerato, paure e insicurezze dei ceti medi e medio-bassi. Ma bisogna chiedersi senza pregiudizi se sono totalmente ingiustificate, irrazionali, o se invece trovano un qualche riscontro nella realtà. E se c’è dell’altro, oltre la paura, ossia una legittima resistenza culturale e politica, sebbene istintiva. Si tratta di fantasmi, oppure è in corso da decenni una ridefinizione, da parte delle elite dominanti, di linguaggi e comportamenti, un processo di imposizione di narrazioni, agende, legislazioni, sostenute ricorrendo al politicamente corretto, sempre più spesso anche a dispetto di qualsiasi dato di realtà?
Conquistata la piena eguaglianza formale di fronte alla legge, estirpando odiose discriminazioni di genere e razziali, è iniziata sia al di là dell’Atlantico, sia al di qua (sebbene con qualche ritardo), una lunga fase di politiche risarcitorie, di discriminazione positiva, volte a garantire un’eguaglianza anche sostanziale. Una legislazione di favore sostenuta facendo leva sul politicamente corretto e sui sensi di colpa del resto della popolazione. Che si tratti di minoranze o di parità di genere, il sistema delle quote protette in tutti gli ambiti, dai posti nelle scuole alle liste elettorali, fino ai cda delle aziende, ne è il tipico esempio.

Poi c’è il fenomeno della nuova immigrazione che, sempre per “correttezza politica”, viene gestito nel mito del multiculturalismo, dell’apertura delle frontiere e dell’accoglienza umanitaria come assoluto morale, nell’illusione che un salario o un sussidio, un permesso di soggiorno o un facile accesso alla cittadinanza, magari chiudendo un occhio su qualche “intemperanza” da tollerare in nome del relativismo culturale, possano bastare a raggiungere una piena e vera integrazione. Queste politiche sono o fallite, o ritenute ormai ingiustificate e ingiuste da un numero sempre crescente di cittadini. Vengono viste come una forzatura delle “regole del gioco”, dei favoritismi o, peggio, come un tentativo di ristrutturare dall’alto la società.

Nel gioco di tutele e risarcimenti da concedere alle varie minoranze a colpi di politicamente corretto, risentimenti e rivendicazioni reciproche si sono amplificate, anziché placarsi, innescando un processo di destrutturazione delle nostre società, che rischiano di non essere più comunità di individui portatori di uguali diritti e doveri, ma un insieme di gruppi e minoranze non solo “disintegrati”, ma in competizione tra loro per ricevere privilegi e sussidi dal potere pubblico. Talmente tanti gruppi e minoranze a cui è stato riconosciuto un trattamento di favore, o di cui si sono tollerate forme di illegalità, anche gravi, che chi è rimasto fuori dal giro dei “favoristismi” si sente a sua volta una minoranza, e come tale nutre il suo risentimento. Uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali fanno parte di questa nuova “minoranza”, che non ha bisogno di particolari protezioni, ma essendo da decenni additata come responsabile delle peggiori discriminazioni, è ora alla ricerca di riscatto, innanzitutto ribellandosi al politicamente corretto sotto qualsiasi forma si presenti. Oltre a bollare come populistici certi fenomeni, e liquidarli come figli di una paura irrazionale, dovremmo interrogarci sui danni arrecati dai professionisti del politicamente corretto e dalla pigrizia intellettuale della classe politica e del mondo mediatico.