Usa 2016: Dibattito2 Ott10

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Usa 2016: Dibattito2

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Sunday Bloody Sunday
di Andrea Mancia

Forse la mia transizione verso il “lato oscuro” si è compiuta. O forse è stata colpa dei giorni trascorsi ad ascoltare i difensori ad oltranza di uno stupratore seriale scandalizzarsi (disgusting!) per un frammento di chiacchiera da spogliatoio maschile che risale ormai a undici anni fa. Probabilmente il combinato disposto di queste due cose. Fatto sta che per me, ieri notte, Trump ha stravinto il dibattito. Non è stato perfetto, per carità. Del resto The Donald è quello che è: il peggiore candidato che i repubblicani potevano presentare in questo ciclo elettorale (con l’eccezione forse di John Kasich). Ma, viste le premesse della vigilia, il tycoon newyorkese ha sfiorato il miracolo. Nella prima mezz’ora, anche se in difficoltà, è riuscito a spostare il focus dal video-spazzatura al ruolo di Hillary come enabler di Slick Willie. È stato un momento bassissimo per la politica americana, ma come direbbe “una mia cara amica”: when they go low, you have to go lower. Purtroppo, o per fortuna, le mie amiche sono più vendicative di Michelle Obama. L’attacco, finalmente senza freni, al sistema-Clinton, cominciato nella conferenza stampa pre-dibattito, è certamente servito a galvanizzare la base del partito. Ed era questo l’obiettivo principale di Trump dopo le voci (false) sull’abbandono di Pence e il fuggi fuggi generale (ma neanche troppo) dei candidati repubblicani più preoccupati dal vedere associato il proprio nome a quello di The Donald. L’affondo, poi, è servito anche a minare le sicurezze di Hillary, che infatti alla lunga è sembrata stanca (mentre Trump passeggiava dominando lo spazio del palcoscenico lei si aggrappava allo sgabello appena possibile) e palesemente frustrata dalla piega che stava prendendo il duello. Sui temi specifici, infine, nessuno dei due ha probabilmente spostato un voto, ma Trump era molto più preparato rispetto al primo dibattito e soprattutto non ha perso tempo prezioso a difendersi in modo infantile da ogni accusa. Il risultato, insomma, secondo me è netto: il candidato del Gop ha frenato l’emorragia, si è rimesso in piedi e ha fatto capire a tutti che la partita non è ancora finita (quante volte lo avete già sentito, fino a oggi, questo ritornello?).

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Hanno ammazzato Trump. Trump è vivo
di Simone Bressan

Non cambierà nulla (o molto poco) come tutti i dibattiti che si rispettino. Però lo scontro frontale di ieri sera tra Hillary Clinton e Donald Trump ci lascia comunque una lezione: non applicare mai, per nessun motivo, a questo ciclo elettorale il metro di giudizio che sino a qui è servito a decriptare le campagne elettorali presidenziali. Siamo davanti a qualcosa che non si era mai visto prima e che, ci auguriamo, non si vedrà mai più in futuro. Hillary Clinton arriva sul palco di questo “Townhall Meeting” al termine di una settimana in cui i media hanno fatto il lavoro sporco per lei. The Donald è nella posizione di quello che ormai ha perso tutto. La prima parte del dibattito è un mezzo massacro per il candidato repubblicano che non risponde alle domande, balbetta, si muove nervosamente alle spalle dell’ex segretario di Stato e soprattutto appare ancor meno presidenziale del solito. Tutto finito? Nemmeno per sogno. Trump affonda ma realizza che sott’acqua può, magicamente, ancora respirare e così inizia la risalita, prende il campo, piazza un paio di battute molto efficaci e chiude in crescendo. Poteva essere il sigillo sulla bara delle sue ambizioni presidenziali, invece questo dibattito diventa un punto psicologico molto importante: Trump è vivo, lotta insieme a noi e se l’emorragia di endorsement si ferma rischia di ritrovarsi al punto di partenza, come se niente fosse successo. Chiariamoci subito: Hillary non ha perso. Anzi: ha probabilmente vinto ma chi si aspettava il colpo del ko è rimasto deluso. Certamente dopo una settimana come quella appena trascorsa e con i media che sembrano gestire il ritmo della sua campagna elettorale, tutto quello che la Clinton deve fare da qui all’8 novembre è non sbagliare. Ieri sera lo ha fatto e anche senza entusiasmare ha svolto il suo compitino senza grosse sbavature. Detto tutto questo aleggia sempre più ingombrante una questione non da poco: che cosa è diventato il Partito Repubblicano oggi e come ha fatto il peggior candidato presidenziale di sempre a scalarlo con questa incredibile facilità? È argomento di un altro capitolo, molto più amaro, e che andrà scritto tra poco meno di un mese, quando il circo elettorale avrà tirato giù i tendoni e resteranno le macerie del movimento che fu di Abraham Lincoln, Ronald Reagan e, per chi scrive, soprattutto di George W. Bush. Ma è un quesito che va posto, per ricordarci di che contesa stiamo parlando e che, oltre alla Casa Bianca, qui c’è in palio l’anima di un partito.