Trump vs GOP Ott11

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Trump vs GOP

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La buona performance di Trump al secondo dibattito tv non è bastata a placare lo scontro interno al partito repubblicano sulla sua candidatura. Eppure, la vitalità mostrata da The Donald domenica sera aveva convinto il suo vice Mike Pence a postare subito dopo il confronto un tweet di congratulazioni, rinnovando l’impegno al suo fianco e archiviando così l’incidente del video diffuso dal WaPo. Tutto lasciava supporre che Trump fosse riuscito ad arrestare l’emorragia di defezioni e allontanare dalla leadership del partito la tentazione di revocargli l’appoggio. Tuttavia, all’indomani del dibattito lo speaker alla Camera Paul Ryan ha annunciato ai deputati che non difenderà più Trump ma si concentrerà sulla difesa dei seggi al Congresso, ricevendo da Trump una risposta piccata via twitter: “si occupi di ripianare il bilancio, di posti di lavoro e immigrazione illegale, invece di perdere tempo ad attaccare il candidato repubblicano”. E ancora oggi: “difficile far meglio con zero aiuto da parte di Ryan e gli altri”. E via con una serie di tweet sempre più velenosi all’indirizzo dei “traditori”. Sempre lo speaker della Camera ha poi lasciato trapelare che è ancora possibile da qui al giorno del voto il ritiro ufficiale del suo appoggio a Trump.

Insomma, lo scontro Trump-leadership Gop ha oltrepassato i livelli di guardia e ad un mese dal voto non sembra favorire nessuno. Ma se Trump può sempre tornare alla sua vita da miliardario più o meno annoiato, a rischiare grosso sembra essere proprio il Partito repubblicano. Che prima non è riuscito a costruire una valida alternativa interna a Trump, poi l’ha incoronato senza convinzione. E ora, a un mese dal voto, dopo un colpo basso confezionato dai suoi avversari, è ad un passo dallo scaricarlo disorientando molti elettori. Molti big del partito l’hanno già scomunicato e altri esponenti sarebbero pronti ad abbandonarlo, pensando alle loro poltrone di deputato o di senatore. Anche lo speaker Ryan preferisce concentrarsi sulla difesa dei seggi al Congresso. Ma mollare Trump è davvero la migliore strategia per difenderli? Con il 74% degli elettori repubblicani secondo cui il partito dovrebbe continuare a sostenerlo anche dopo le volgarità sentite nel video, una sconfitta di Trump può rivelarsi costosissima per il partito.

“The Gop Meltdown” è il titolo di un editoriale di James Taranto sul WSJ, nel quale sottolinea che i leader del partito non sono in contrasto solo con Trump, “sono in contrasto con i loro elettori”. “Il comportamento di Trump – osserva l’editorialista del WSJ – ha spesso esacerbato le divisioni, ma la sua nomination è soprattutto un effetto di tali divisioni. Un gran numero di elettori repubblicani ha bocciato i tradizionali candidati Gop – una maggioranza se si considera Cruz un candidato non convenzionale. Alcuni commentatori ‘Nevertrump’ sono stati espliciti nel prendersela con gli elettori per le attuali difficoltà del partito. Ma se i politici adottano questo approccio, non avranno un partito per lungo tempo”. Lo stesso Taranto, sempre sul WSJ, alla fine di agosto si era chiesto “se Trump perde, il Gop può sopravvivere?”, sollevando la questione della lealtà di partito. Il venir meno del sostegno al candidato ufficiale del partito, a colui che è uscito vincitore dal processo delle primarie, in palese violazione del “pledge” che fu giustamente imposto a Trump, rappresenta un pericoloso precedente, una minaccia di lungo termine per il Gop: in futuro, sia i candidati sconfitti alle primarie sia gli elettori potrebbero sentirsi svincolati dall’impegno a sostenere la nomination del partito, premessa perché tutto il meccanismo funzioni. Insomma, il partito rischia di fallire nella sua funzione fondamentale, quella di unire i propri elettori su una candidatura, anche alle prossime presidenziali.

Ma non c’è solo questo. Se Trump perde, il Gop si libera di lui all’istante, ma rischia di perdere anche il 74 per cento della base. E un partito che da 12 anni non conquista la Casa Bianca, che perde anche le maggioranze al Congresso (perché il mancato appoggio a Trump può fare la differenza tra una sconfitta di misura e una disfatta), non risulta proprio attraente, rischia di liquefarsi.

Poi c’è la Corte Suprema, un tema cruciale emerso finalmente anche nel dibattito dell’altra notte ma che la leadership del Gop sembra sorprendentemente sottovalutare. Con Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a nominare il giudice mancante dopo la morte di Antonin Scalia e per la prima volta dai tempi di Nixon (1971) la Corte avrebbe una maggioranza progressista che potrebbe restare tale per decenni. La Clinton ha confermato i peggiori timori dei conservatori. Senza mai menzionare le parole “rispetto della Costituzione”, ha ammesso di voler cambiare “direzione” alla Corte, scegliendo una figura più vicina a un attivista politico che a un rispettato giurista. Fondamentalmente ha lasciato intendere di volere una Corte “legislativa”. E’ in gioco quindi l’identità stessa dell’America dei prossimi 30 anni. Comunque vada Trump sarà una parentesi, ci sono equilibri politici (nel partito e nel Paese) che si possono modificare, ma non la maggioranza della Corte Suprema una volta messa nelle mani della Clinton. Gli elettori repubblicani sono determinati ad impedirlo ad ogni costo, ancXZhe se si chiama Trump. In gran parte quindi non perdonerebbero al partito una sconfitta determinata o aggravata da un tradimento ai suoi danni. E lasciare a Trump l’alibi del mancato appoggio del partito per giustificare una sconfitta sarebbe un autogol.

L’establishment Gop mostra di non essere ancora in sintonia con la rabbia profonda che percorre i suoi elettori, non tanto per come va l’economia o il tasso di disoccupazione, ma per la deriva socialdemocratica che sta mutando il dna del Paese. Su temi come il possesso di armi, sulle politiche socio-economiche, sull’immigrazione, con Hillary alla Casa Bianca, dopo otto anni di Obama, temono un’ulteriore “europeizzazione” degli Stati Uniti. Per molti va fermata a qualsiasi costo, anche assumendosi il rischio di eleggere un candidato controverso e impreparato come Trump. Dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avverte che c’è una “nuova maggioranza silenziosa”, una fetta importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché “ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct”. E’ un bullo, un demagogo, ma anche l’unico in grado di “preservare l’American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump”.