XFactor

Come The Donald, da oggi: President Trump, sia riuscito a mettere insieme un importante numero di vittorie in ogni angolo dell’America sarà, per molto tempo, materiale da manuale di scienza politica. Ohio, Florida, Utah, Nord Carolina, Texas, Michigan: stati tra loro diversissimi, condividono oggi una sola cosa, Donald J. Trump. Il miracolo che ha portato il tycoon newyorkese a Pennsylvania Avenue è straordinario. Una partita giocata intelligentemente, sfruttando ogni open window lasciata, ingenuamente, dalla sfidante democratico. Le analisi approfondite richiederanno tempo, ma la nottata di ieri ci ha lasciato qualcosa che merita già ora di essere annotato.

XFactor. come nel celebre talent show, ora si cercherà il fattore x che ha fatto fare il salto di qualità alla campagna elettorale di Trump. In primo luogo, bisogna partire dalla scelta del vice-presidente. A inizio estate, i nomi più gettonati erano quelli di politici rodati come Giuliani, Gingrich e Christie. Invece, con un colpo di scena degno dei migliori film di Hollywood, The Donald sceglie Mike Pence, sconosciuto ai grandi media europei ma molto apprezzato tra la base repubblicana. Scelta emblematica di quello che Trump intendeva fare: afferrare il consenso dell’anima più conservatrice dell’elefantino che era sembrata diffidente nei suoi confronti durante le primarie. Detto, fatto e così Pence, che poteva vantare un importante conservative record come governatore dell’Indiana, riesce a mettere insieme una coalizione in grado di vincere gli animi dei più scettici. Rubio in Florida, Young in Indiana, Portman in Ohio, Ryan e Walker in Wisconsin hanno spinto con le loro prestazioni l’intero partito. Convinti e rassicurati anche dalla scelta del vicepresidente. All’opposto, invece, la scelta del senatore Tim Kaine come running mate da parte di Hillary Clinton non sembra aver convinto gli addetti ai lavori. In Virginia, paese di origine del VP democratico, la vittoria dell’asinello, infatti, arriva solo con estrema difficoltà e con un margine piuttosto risicato. Inoltre Kaine non sembra aver colmato i difetti di Hillary: politico di lungo corso come lei, poco feeling con i colletti blu della Rust Belt come lei, esponente dell’area centrista del partito come lei. Insomma: Hillary in sedicesimi.

Occasione persa. Se la notizia della sconfitta di Hillary fa molto rumore, altrettanto fa quella dei candidati indipendenti. Gli occhi di molti analisti erano puntati sulla performance dei candidati che, fuori dagli schemi dei due partiti, cercavano di mettere in difficoltà la vittoria dei frontrunner puntando alla conquista di uno o più stati. Le attenzioni, in particolare, erano dirette verso Gary Johnson, liberatario ex governatore del New Mexico, e Evan McMullin, mormone repubblicano dello Utah. Entrambi con alcune chance di essere competitivi nei loro home state, hanno puntato molto su una vittoria casalinga per mettere in crisi il raggiungimento del magico numero di 270. Cercando di ricalcare le orme di George Wallace che, da indipendente, nel 1968, riuscì a vincere Arkansas, Alabama, Louisiana, Mississippi e Georgia, i due candidati hanno deluso le aspettative. In New Mexico, Johnson raccoglie un misero 9% lasciando che la partita si giocasse, come nel resto della nazione, fra i due candidati. Ancora più deludente è stata la prestazione di McMullin che nello Utah, stato che aveva già visto la sconfitta di The Donald nei caucus a fine marzo, si ferma al 20% consegnando la vittoria dello stato mormone al businessman newyorkese.

GOP Great Again? La performance del Partito repubblicano fa ben sperare ma la vittoria di Trump è un’arma a doppio taglio. Se da una parte rincuora il fatto che  i repubblicani controllano sia la Camera che il Senato oltre al Presidente, dall’altra l’atteggiamento di Trump preoccupa, e molto, i quadri dell’intero partito repubblicano. Il risultato di queste elezioni ci conferma che la crociata anti-Washington e anti-establishment progettata dal tycoon ha fatto breccia nei cuori di molti americani delusi, non solo da otto anni di amministrazione Obama, ma anche dalle debole risposta del GOP. Gli exit polls di Fox News hanno certificato che il 60% degli elettori è delusa anche dall’atteggiamento del partito repubblicano durante gli ultimi anni. Certamente non una buona notizia per i dirigenti dell’elefantino. Una riflessione interna è necessaria, ora più che mai.

“Oh Canadaaa”. Vip e celebrities statunitensi avrebbero dovuto imparare un’importante lezione dai confronti Bush- Gore e Bush-Kerry: non denigrare l’americano medio! Come accaduto nel 2000 e nel 2004, anche in questa tornata elettorale molti personaggi pubblici, cantanti, stelle del cinema, sportivi si sono schierati apertamente contro il partito repubblicano e il suo candidato, ridicolizzando le sue posizioni e, in particolare, il suo elettorato. Katy Perry, Lady Gaga, Miley Cyrus, Kim Kardashian, solo per ricordarne alcuni, hanno, a più riprese, enfatizzato il loro sostegno a Hillary non curanti che, in realtà, stavano aiutando Trump. Quello che ha infiammato i rally di The Donald è stata la rabbia verso un sistema e un establishment che non è stato in grado, o non ha voluto, capirli. La presa di posizione di molte celebrità americane ha aumentato il gap fra i felici rappresentanti del sistema, gli “inclusi”, e gli “altri”, che in Trump hanno trovato la loro guida, la loro voce, in grado di trasformarli da scarti del sistema a componente palpitante del movimento conservatore e del futuro degli Stati Uniti. E se pensate di aver avuto una brutta giornata perché il vostro candidato ha perso, pensate a tutti quelli che avevano promesso di abbandonare gli Stati Uniti trasferendosi in Canada se avesse vinto Donald Trump.