The Right Station - Numero 14

Cas(ini)uisticamag15

Cas(ini)uistica

Moody's decide di declassare le banche italiane e subito scoppia il pandemonio delle reazioni. «Le agenzie di rating? Portano avanti un disegno criminale contro l'Italia», si grida da una parte. «No, il problema non sono le agenzie di rating ma la credibilità del governo» si risponde dall'altra. Un dibattito al quale siamo abituati ormai da alcuni mesi e che non farebbe neppure tanto notizia. Se non fosse che le parti in commedia, questa volta, sono interpretate dalla stessa persona: il presidente dell'Udc Pier Ferdinando Casini. Ma andiamo con ordine, facendoci aiutare dal calendario.

Se fosse seriomag15

Se fosse serio

In questa caccia disperata al colpevole speriamo non siano incolpate le agenzie di rating perché il problema non sono loro.
Il problema siamo noi che non abbiamo saputo fare una manovra strutturale per la crescita. Il problema è la credibilità internazionale del governo.
Per questo rivolgo un appello alle donne e agli uomini di buona volontà della maggioranza, perché evitino di aprire una pagina nera per l'Italia. Dobbiamo evitare lo spettro della Grecia perché altrimenti tutta la politica ne sarà travolta. Non difendano l'indifendibile e aprano una fase nuova. Far finta di non sentire le sirene vuol dire portare l'Italia nel baratro: Berlusconi è parte del problema e potrebbe essere anche parte della soluzione.

2012: l'anno fatalemag10

2012: l'anno fatale

È un anno di sconvolgimenti, il 2012. La crisi economica prosegue nella sua offensiva, gli stati battono in ritirata cercando forze fresche nelle tasche assottigliate dei contribuenti e intanto il fronte comune si disfa, tra una bega e l'altra. Gli effetti non tardano a farsi sentire e nuovi equilibri si prospettano all'orizzonte.

Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna le prime del gruppo a mostrare segni di cambiamento, mentre la solita Germania al momento tiene botta. Domenica sera, ad esempio, la Juventus è tornata campione d'Italia, conquistando a Trieste il 30° scudetto sul campo, il 28° per gli annali ufficiali, a scapito del Milan che veniva sconfitto nel derby dall'Inter. I rossoneri di Massimiliano Allegri sono costretti a cedere il posto dopo un solo anno di regno: in tempi come questi, la precarietà è un fattore inevitabile. Il presidente milanista Silvio Berlusconi ha fatto i complimenti agli avversari direttamente da Mosca, dove presenziava all'investitura a capo di stato dell'amico Vladimir Putin. Nel frattempo il Popolo della libertà maturava una sonora batosta alle amministrative, valutando quindi se confermare il sostegno o meno il sostegno al governo Monti, optando al più per un appoggio esterno: la strategia alquanto complessa è quella di smarcarsi da un esecutivo che dal giorno d'insediamento ha introdotto tasse, contando anche sulla fiducia parlamentare del Pdl. 

Da Milano a Parigi, il percorso di Carlo Ancelotti che lo scorso 30 dicembre è diventato allenatore del Paris Saint-Germain. Un'altra capitale occupata, dopo Londra, al servizio degli emiri del Qatar che stanno collezionando squadre in tutte il Vecchio Continente: per loro la crisi è un'opportunità. Carletto è giunto in Francia al posto di Antoine Kombouaré che pure aveva chiuso il girone d'andata al primo posto. Ha dato la caccia a Pato e l'attaccante brasiliano pareva destinato a cambiare aria, ma voci di corridoio suggeriscono che la fidanzata Barbara Berlusconi si sia opposta al trasferimento che avrebbe aperto la strada a Carlos Tevez, per la disperazione dello staff medico del Milan.

La Ligue 1 volge al termine: mancano due giornate e il Psg non è più primo, staccato di tre lunghezze dalla capolista Montpellier. L'inevitabile stravolgimento bussa alla porta calcistica, perché intanto si è già sistemato all'Eliseo sotto le sembianze di François Hollande, il leader del Partito socialista che ha sconfitto Nicolas Sarkozy, l'uomo di Angela Merkel che sorrideva beffardo a sentire il nome di Berlusconi (poi tema di discussione tra i due candidati al dibattito della scorsa settimana). Monsieur Normalité, anticipato da una retorica prevedibile come un gol mangiato da Robinho, è riuscito là dove fallì l'ex compagna Ségolène Royal nel 2007: stravolgimenti, la donna con i pantaloni superata dal primo che passa.

A proposito di Tevez e sceicchi arabi, il Manchester City di Roberto Mancini dopo aver speso milioni di sterline è ad un passo dal vincere la Premier League: l'ipoteca sul titolo è giunta con la vittoria nel derby sullo United di Sir Alex Ferguson, campione in carica. L'ultimo scudetto dei Citizens risale al 1968, anno di sconvolgimenti sociali - sarà un caso? Il Man Utd guidava il gruppo fino a poche settimane fa, prima di rallentare la corsa e vedersi raggiunto dai rivali: stessi punti ad un turno dalla fine, ma differenza reti a netto favore del City. Un po' come il governo di David Cameron: i tories sono sempre a Downing Street in coabitazione con i liberaldemocratici, ma nell'ultimo giro di elezioni locali hanno conservato solo Londra grazie a Boris Johnson, il nemico interno di Cameron. La marea laburista ha preso il sopravvento, gli alleati di Nick Clegg stanno evaporando come una pozzanghera sotto il sole di luglio (i futuristi italiani avevano preso una cotta per loro e ne condividono il destino). Gli elettori chiedono ai conservatori di fare i conservatori, Cameron prima consulterà gli spin doctor di Notting Hill per capire quanto la cosa nuocerà alla sua immagine posh. E intanto il City non è più la squadra sfigata di Manchester. 

Lo stravolgimento più fragoroso del 2012 si è registrato comunque in Spagna: se il mito di José Louis Zapatero è svanito a dicembre braccato da debito pubblico, disoccupazione e spread in rialzo, José Mourinho è riuscito a vincere qualcosa che non sia la Coppa del Re con il Real Madrid, il che vuol dire che ha posto termine al dominio catalano del Barcellona e di Pep Guardiola, che ha optato per l'anno sabbatico una volta chiusa la stagione. Il Barça ha vinto tre Liga di fila dal 2008 al 2011 e tre Champions League tra 2006, 2009 e 2011 con i fraseggi tra Messi, Xavi e Iniesta. Stravolgimento: tocca ora al calcio fisico e di rimessa dello Special One che aveva già sconvolto il campionato italiano rendendo l'Inter capace di conquistare il Triplete. Nel frattempo Mariano Rajoy guida un esecutivo di popolari che già avrebbe potuto inaugurare nel 2004 se l'allora governo di José Maria Aznar fosse stato più abile nel gestire gli attentati di Al Qaeda dell'11 marzo, consentendo invece a Zapatero di recuperare in poche ora uno svantaggio altrimenti incolmabile. Solo in Germania tutto prosegue come al solito. La Merkel detta l'agenda a s'impunta, ha dichiarato che accoglierà a braccia aperte Hollande, ma che non cederà sull'austerity europea (il neo presidente transalpino farà meglio a controllare che il cancelliere tedesco non abbia un coltello tra le mani prima di cedere all'abbraccio). Gli alleati di governo liberali perdono terreno nei sondaggi, ma Angela non molla. Come il Borussia Dortmund, che ha vinto per il secondo anno di fila la Bundesliga. Nessun stravolgimento, per quanto il Bayern Monaco in compenso sia giunto in finale di Champions, ma nulla di nuovo dal fronte interno. Per ora.

A proposito, sorvolando l'Atlantico e passando alla palla a spicchi: i Dallas Mavericks, detentori del titolo Nba, sono usciti per cappotto (4-0) nel primo turno di playoff contro Oklahoma. 2012, anno delle Presidenziali: Barack Obama è avvertito.

Storia dei videogiochi /3 - 1980-1985mag9

Storia dei videogiochi /3 - 1980-1985

Terza puntata di questa breve "storia dei videogiochi". Iniziano gli anni Ottanta e quella che viene definita come "età dell'oro" videoludica. Poi, però, arriverà il "grande crollo" del 1984. E la rinascita, grazie all'invasione degli home computer.

La risposta non è B.mag8

La risposta non è B.

I risultati di questa tornata di amministrative non mi sorprendono per nulla, per il Pdl il massacro era più che prevedibile e annunciato, così come era atteso l'exploit del Movimento 5 stelle. Ora, a bocce ferme e urne chiuse, da elettore e simpatizzante per il Popolo delle Libertà mi vengono in mente alcune considerazioni.

1) Con un'affluenza inferiore al 70% il Pdl parte oggettivamente già sconfitto: questo è il risultato della personalizzazione a cui si è assistito dal 1994 in poi. A livello locale, il centro-destra non ha mai realmente fatto un lavoro costruttivo, tanto poi Silvio faceva un comizio in città e le cose si sistemavano; se ciò non bastava, l'alleanza con la Lega, almeno al nord, toglieva le castagne dal fuoco.
2) L'attuale segretario non ha oggettivamente alcuna responsabilità per ciò che è avvenuto: nei pochi mesi passati dal suo insediamento non c'è stato il tempo materiale per pensare di poter competere in queste elezioni. Ora già si avvertono, in rapido avvicinamento, gli avvoltoi pronti a banchettare con la sua carcassa. Se così fosse, a mio parere sarebbe la fine per il Pdl così come lo conosciamo.
3) Quando sento un importante esponente del Partito commentare che sono stati sbagliati i candidati, da elettore mi sento preso in giro: possibile che questi discorsi si fanno sempre un'ora dopo la fine del voto e non ci si pensa nei mesi immediatamente precedenti?
4) Berlusconi si trova a Mosca per festeggiare con Putin: ho sentito autorevoli analisti commentare che siamo alla vigilia di un imminente ridiscesa in campo. Francamente, per quanto lo abbia ammirato, non è ciò di cui abbiamo bisogno: secondo il mio parere il Pdl deve "cavalcare" questa sconfitta per attuare quel rinnovamento radicale di cui l'Italia ha assoluto bisogno; per una volta, si deve guardare al medio-lungo periodo, anche oltre il 2013 se necessario, e accettare qualche salutare schiaffone elettorale, organizzando VERAMENTE il partito sul territorio e non affidandosi esclusivamente al carisma del Capo che, è bene ricordarlo, è sulla soglia degli ottanta anni: anche se in formissima, non si può pensare che sia eterno. Il Pdl, o ciò che arriverà dopo ( attendiamo notizie ), deve imparare a prescindere dalla pur importante figura di Silvio.
4) A voler scavare bene, un paio di note positive da cui ripartire ci sono: queste elezioni, pur importanti, sono comunque minori rispetto a quelle che ci attendono, quindi se sapremo "leggere" nel modo giusto il grido di protesta che l'elettorato moderato ha lanciato i danni potrebbero non essere permanenti. Infatti non mi pare di vedere una transumanza di voti verso il Pd o il Terzo Polo, ma semplicemente una forte, fortissima astensione dell'elettorato del centro-destra.
Per questo motivo, è evidente che l'attuale classe dirigente del Partito deve fare una seria riflessione su sè stessa, su come interpreta il sentimento e gli umori dell'elettorato, sui metodi di scelta dei candidati e, last but not least, su come partecipa attivamente alla governance del Paese.
Cambiamentomag8

Cambiamento

Bene, siamo giunti al punto di non ritorno. I risultati delle amministrative sono pressochè definitivi. I risultati delle amministrative sono molto più che allarmanti. I risultati delle amministrative portano in dote, per il PDL, una "caporetto". 
Non credo valga la pena nascondersi dietro a proclami quali, ad esempio, quelli del vicepresidente della Camera, Lupi che su twitter dice "nonostante ciò che pensa Bersani siamo, comunque, il primo o secondo partito in Italia". Non serve nascondersi dietro ad un dito. Non è utile ma, ahimè, imbarazzante tentare di dimostrare orgoglio nella sconfitta come l'ex presidente del Consiglio Berlusconi che alle agenzie comunica come, a suo modo di vedere, i risultati siano migliori delle attese. Tale affermazione, oltre che avere un retrogusto delegittimatorio nei confronti del nuovo segretario Alfano, pone in ridicolo il partito- se così ci è ancora concesso definirlo- tutto. Pone in ridicolo chi si spende per il partito, chi continua a portare avanti quello spirito liberale e rivoluzionario, molla del movimento forzista del 1994.
Berlusconi, appunto. Fuori dalle scene, fuori da tutto. Ha fatto, inizialmente, un passo di lato. Poi uno indietro. Ed un altro ancora. Ha lasciato un partito, un movimento, un...si insomma quella cosa che è il PDL, orfano. E la costruzione, il rifugio dei peccatori. è crollato. Inesorabilmente: non possiamo definirci primo partito, nè tantomeno secondo, quando i nostri candidati prendono il 10, piuttosto che il 15, piuttosto che il 19 per cento. E non parliamo del 4% registrato in alcuni comuni del Nord. Del Nord, mi raccomando.
Cosa rimane alla fine di tutto ciò? Il niente. E lo dico con rammarico. Lo dico da uomo di partito, uomo che-nonostante tutto- ha deciso di continuare a restare nel PDL. Nonostante i democristiani, i cattocomunisti, i responsabili, i socialisti. Nonostante una marea di gente inutile che ha fatto diventare il PDL più un ospizio o un ricovero per "senza tetto" che un partito. Perchè, guardiamoci in faccia, partito non siamo. E non abbiamo mai voluto esserlo. Quelle spinte libertarie, liberali e "futuriste" sono rimaste una lista di ingredienti apposta alla scatola dell'aspirina che era "forza italia".
Il PDL era Berlusconi e, una volta ancora, traiamo la conclusione che il PDL è Berlusconi. Ma il Cavaliere non c'è più.
Quello che resta, o meglio, quelli che restano sono i peones, i servi (e allo stesso tempo briganti) di corte. Si sta nel PDL perchè si mangia. Perchè, nonostante tutto, una sedia la troviamo. Una poltrona, pardon.
Bene, a quanto pare le poltrone disponibili -alla luce dei risultati, se proiettati alle politiche 2013- sembrano quantomai dimezzate.
Tutto ciò ci deve guidare ad una scelta. Di cuore, prima che di interesse. Ad una scelta di valori, prima che di portafoglio.
C'è un sostegno ad un governo che, chi vota PDL, non gradisce. C'è un sostegno di comodo. Un sostegno di "vitalizio".
La gente, il popolo, vota in base a logiche basate sui valori. Non clientelari. Non di interesse.
La base, quella su cui Berlusconi faceva presa, si è stancata. Non credo che, all'improvviso, i liberali e i conservatori si siano votati alle cause socialiste e progressiste della sinistra. Credo, piuttosto, ad un malcontento diffuso. Un malcontento che riguarda non tanto il bunga bunga dell'ex quanto l'inettitudine della classe dirigente del, ormai, ex-primo ex-secondo, partito d'Italia.
Il punto di non ritorno ci proponde una via d'uscita: il cambiamento. Che non dev'essere di facciata. Che non deve riguardare il nome. Un cambiamento che deve, invece, riguardare le persone, proporre contenuti ed argomenti validi.
Serve prenderne atto. Prima che sia troppo tardi (anche se tutto ci fa pensare che lo sia). Il centrodestra italiano deve riscattarsi partendo dall'unione. Ormai, nell'era post-cavaliere, i personalismi devono essere abbandonati e sradicati.
Un reset pare necessario e una riqualificazione doverosa, a partire dai valori. E, con un grande senso di responsabilità, un ripensamento della classe dirigente.

Ridere di Anna Frankmag7

Ridere di Anna Frank

Si può ridere di Anna Frank senza insultarne la memoria? Si può scherzare su un simbolo del dolore senza offenderne il messaggio universale? Sì. E ne sono la prova due libri usciti di recente. Si tratta di "What we talk about when we talk about Anne Frank" ("Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank"), di Nathan Englander, e "Hope: A tragedy", di Shalom Auslander tradotto da Guanda con il titolo "Prove per un incendio". Il primo è una raccolta di racconti (che uscirà in autunno in Italia per Einaudi), il secondo un romanzo ironico. Gli autori sono entrambi classe 1970, contemporaneamente fulminati da Anna Frank.

Peggio delle quote rosamag5

Peggio delle quote rosa

Puntuale come le allergie alle prime avvisaglie di primavera, con l'approssimarsi del voto si ripresenta la questione della rappresentanza femminile. Una giornalista del Sole24Ore, da tempo impegnata sui temi di genere, in vista delle amministrative di domenica ha lanciato in Rete lo slogan "Votiamo le donne": e la girandola già vista con le quote rosa è ripartita, solo stavolta prendendola dalla parte opposta (quella della scelta a valle, invece che della candidatura a monte). Nell'uno e nell'altro caso, la sostanza non cambia - adottare un correttivo, percepito come indispensabile di fronte a un'originaria stortura -; ma mentre l'idea di riservare una percentuale minima di posti in lista alle donne rispondeva all'esigenza di assicurare parità di opportunità, l'obiettivo qui è la parità dei risultati. Ancora peggio, se possibile.

Mr. Roy

Roy Hodgson è ufficialmente il nuovo Commissario Tecnico dell'Inghilterra. Ha firmato un contratto di quattro anni, quindi si suppone che guiderà i Bianchi fino alla campagna europea del 2018. Il ruolo di ct inglese è da sempre il mestiere più impegnativo d'Oltremanica: aspettative sempre e comunque altissime (la sconfitta non viene considerata un'opzione), pressione mediatica esasperante, giocatori non sempre all'altezza per capacità e professionalità, anche se negli ultimi anni un minimo regime di disciplina è stato instaurato, nonostante Wags, sbronze e scandali a sfondo sessuale siano sempre dietro l'angolo.

Meno male che Boris c'è

Per i malati di politica come il sottoscritto, il giorno delle elezioni non sarà mai un giorno come gli altri. L'avvicinamento alla data fatidica è segnato da tappe precise, ormai marchiate a fuoco nel DNA. La presentazione della candidatura, i primi incontri pubblici, le polemiche furibonde a mezzo stampa, gli strafalcioni in luogo pubblico, le liti con amici, colleghi, conoscenti, il primo dibattito, la spasmodica attesa per i risultati delle corse clandestine, fino al discorso di chiusura della campagna elettorale e la lunghissima giornata di riflessione pre-voto. Verrebbe voglia di contare quante volte sia passato attraverso questo percorso di guerra, ma è notte fonda e, francamente, sarebbe solo l'ennesima futile auto-flagellazione.

Vogliamo l'Oscar!mag4

Vogliamo l'Oscar!

Sta circolando sui social network una petizione molto interessante, che tutti i liberisti e liberali italiani dovrebbero sostenere. Si tratta di una raccolta firme virtuale per portare Oscar Giannino in Parlamento. Come tutti sappiamo, però, non basta questo per ottenere un posto in una delle due Camere, sarebbe troppo facile.

Cinque cose

Oggi è il (gran) giorno delle elezioni amministrative nel Regno Unito. Si tratta di un tagliando di mid-term molto atteso per David Cameron e per i Conservatori, anche alla luce del fatto che si voterà a Londra per la riconferma di Boris Johnson in una sorta di re-match contro Ken Livingstone. Volendo mettere un po' di ordine nel caos elettorale, lancio lì cinque spunti per cinque aspetti da analizzare per orientarsi meglio una volta che le urne saranno chiuse e i risultati inizieranno ad arrivare.

1) London calling: è Londra il centro di queste elezioni. Boris Johnson si gioca tutto e lo fa un po' contro il suo avversario un po' contro il "suo" governo. Non è un mistero che il sindaco di Londra abbia più volte preso platealmente le distanze dall'operato di Cameron&Osborne. Capire come reagirà un elettorato non proprio rappresentativo della totalità dell'isola sarà molto interessante. Così come sarà molto interessante notare le discrepanze tra "first votes" e "second votes" per delineare il riallineamento ideologico in atto all'interno del movimento conservatore.

2) UKIP: a proposito di spostamenti interni al centrodestra britannico, tutti gli occhi sono puntati sull'UKIP di Nigel Farage. E' dato in grandissima forma e così sarà. Schiera circa 750 candidati e giura che darà battaglia. Anche per l'UKIP, Londra sarà un bel banco di prova. Il sistema proporzionale con cui viene eletta l'assemblea cittadina può garantire uno o due seggi al movimento alla destra dei Tories. Sarebbe un risultato storico e in grado di dare una visibilità strutturale ad un partito che, fino a pochi giorni fa, era di sola testimonianza.

3) I Lib Dem: sono stati i grandi assenti dal dibattito nazionale e locale di questi mesi. Come reagiranno i loro elettori? C'è chi giura finiranno tra le braccia dei laburisti, chi assicura che al dunque lo zoccolo duro del partito risponderà da par suo. La verità è che Nick Clegg ostenta ottimismo da qualche giorno e questo potrebbe essere un boomerang fatale non solo alla sua leadership (già traballante) ma anche per la tenuta del governo di coalizione (ancor più traballante, se possibile).

4) Proiezioni nazionali: al solito i giornali si spenderanno molto a cercare conseguenze nazionali per questo voto amministrativo. Essendo il modello collaudato, solitamente ci prendono e quanto prevedono puntualmente accade. Alle ultime amministrative dell'era laburista a Downing Street, larga parte degli editorialisti nazionali era riuscito a prevedere una vittoria non larghissima di David Cameron. Così, alla fine, è andata. Questo giro peseranno moltissimo i voti di protesta. Se si confermano su soglie medio-alte il rischio è che i Conservatori ne vengano penalizzati più di altri.

5) David Cameron: tutti attendono la sua prima dichiarazione post-voto. Tutto sarà chiaro al primo commento del leader del partito Conservatore. Sapendo una cosa: il rischio elezioni anticipate incombe.

Unfitmag2

Unfit

La commissione parlamentare britannica che sta indagando sulla condotta del gruppo di Rupert Murdoch ha stabilito che l'australiano è "unfit", non adatto a guidare la società che ha fondato e reso potente. Una sentenza giunta mentre il partito conservatore è alle strette per i rapporti tra il suo leader David Cameron e il magnate mediatico, venuti a galla la scorsa estate. La domanda sorge spontanea: con quali credenziali una commissione parlamentare attribuisce capacità o meno di essere a capo di un'azienda privata?

The Right Station - Numero quattordici

È online la quattordicesima puntata di The Right Station, il podcast di RightNation.it. Parliamo del Pdl e della sua presunta fuga verso il centro alla ricerca del Santo Graal "moderato", del futuro del centrodestra, degli "swing states" che decideranno le presidenziali americane di novembre, del possibile candidato alla vicepresidenza del ticket repubblicano, di una serie televisiva da evitare ("The Wire") e di una da non perdere assolutamente ("Dexter"), di due videogiochi molto speciali da scaricare se possedete una Playstation 3 ("Flower" e "The Journey").

#Hashtag/5mag1

#Hashtag/5

Questa settimana Twitter è diventato il social network dove old e new media si sono raccontati a vicenda. C'è stato il Festival del Giornalismo a Perugia e chi come me è rimasto a casa è riuscito a farsi raccontare (quasi) tutto dall'hashtag #ijf12.  Se anche voi ve lo siete perso potete ricostruire quello che è accaduto navigando un po' a caso nel sito ufficiale dell'evento (www.festivaldelgiornalismo.com).

Tra i vari post spicca la "Social Network Analysis del Festival del Giornalismo", una pregevole attività di monitoraggio e analisi di tweet che contengono l'hashtag #ijf12 (oltre 25.000 in una settimana) con la segnalazione dei profili Twitter più influenti (in termini di Rt ricevuti, menzioni e interazioni con gli altri utenti)  e degli status più citati sul web.

Spiccano un po' i soliti noti, ma questo andava messo in conto. «Grazie Arianna & Chris per questo magnifico #ijf12. Ragazzi, intelligenza e sole: l'Italia sognata» scrive Beppe Severgnini (@beppesevergnini) mentre Riccaro Luna (@riccardowired) si scusa «sono ko e non vengo a Perugia. Pensateci voi a farci uscire dal Medioevo». Le storie che si raccontano con l'hashtag ufficiale sono una specie di liveblogging ragionato di quanto accade a Perugia. Tra le frasi più pronunciate al festival e maggiormente rilanciate online spiccano Vittorio Zucconi («con Twitter sappiamo tutto ma non capiamo più un cazzo» via @rainwiz) e Rodotà («togliere l'accesso alla rete è una violazione del diritto di cittadinanza» via @mante). Meno poetico Luca Conti (@pandemia) che ricorda a tutti come «sul banco degli imputati al panel sui giornalisti precari il Gruppo L'Espresso che paga 4€/pezzo sui giornali locali». 

Non di solo giornalismo vive l'uomo e infatti quella che si è appena conclusa è stata una settimana ricca di soprese sportive. Tra tutte segnaliamo l'addio al Barcellona di Pep Guardiola e i conseguenti rumors (sempre smentiti) sul suo futuro. Per Pierluigi Pardo (@pierpardo) «lo stile nell'addio di Guardiola è stato all'altezza di tutto il resto» e la collega Lia Capizzi (@liacapizzi) preferisce citare uno degli ultimi allenatori del Pep giocatore, Carletto Mazzone: «I risultati parlano per lui, come allenatore vale 10. Ma soprattutto io come uomo gli do 20». La butta sul politico Fabrizio Roncone (@fabrizioroncone): «Dopo 4 anni di trionfi Guardiola: "Sono stanco, lascio". Poi uno pensa a Berlusconi, Fini, Casini, Rutelli, D'Alema, Bersani, Vendola».

E un politico (non proprio tra gli ultimi arrivati) come Marco Follini (@marcofollini) raccoglie la provocazione: «In effetti il dubbio che le dimissioni di Guardiola alludano ai ricambio lento della politica italiana non è peregrino». Si sprecano, ovviamente, le ipotesi sul futuro del super-allenatore che in questi anni ha vinto tutto: Milan, Manchester City, Chelsea, nazionale Inglese. A lanciare un'idea interessante è Andrea Berton (@aberton70): «Quanto ci sarebbe bisogno di un personaggio come Guardiola nel ciclismo. Innovatore, geniale, intelligente. Un piacere ascoltarlo».

Passiamo a cose molto meno piacevoli e chiudiamo la nostra rubrica parlando di crisi economica e di imprenditori. Lo spunto ci arriva da Oscar Giannino e Sebastiano Barisoni che su Radio 24 hanno lanciato la lodevole iniziativa "Disperati mai" (www.disperatimai.com), uno spazio aperto per dare voce ai tanti imprenditori in difficoltà. Su twitter l'idea è stata rilanciata da Simone Spetia (@simonespetia) che in poco tempo ha permesso all'hashtag #disperatimai di diventare uno dei più importanti trending topic settimanali. «Bello che qualcuno sposi la causa degli eroi quotidiani - commenta Massimiliano Trovato (@masstrovato) - quelli che, nonostante tutto, si ostinano a dare una speranza a questo paese».

«Adesso speriamo che dallo stato arrivi un numero verde nazionale di sostegno alle pmi e non solo Befera» chiede La Pausa Caffè (@lapausacaffè). E proprio Befera, lo Stato e il clima di terrorismo fiscale finiscono al centro di un bel tweet di Marco Bardazzi (@marcobardazzi): «"Scoperti 2000 evasori totali": e anche oggi ci illuderemo che il problema del paese sia l'evasione, non la pressione fiscale». Per Fabio Bolognini (@linkerbiz) «è in forte aumento il numero di piccole imprese che avrebbe da dire due cose al ministro Fornero, qualora volesse ascoltarle», mentre Emachiavoni chiosa (@coliandro73) «#disperatimai è stata l'unica azione per capire la situazione degli imprenditori italiani. Ma la Politica dov'è?»

La Lega, il Pdl e le tassemag1

La Lega, il Pdl e le tasse

E alla fine la Lega sfilò al Pdl anche la battaglia contro le tasse. Mettendo nell'angolo il partito che più di ogni altro aveva costruito la propria identità e il proprio consenso sulla parola d'ordine contro il fisco. Sarà questo probabilmente il prezzo più alto che il partito di Angelino Alfano dovrà pagare per rimanere fedele alla scelta di appoggiare il governo Monti. Un prezzo che rischia di avere effetti disastrosi nelle urne. Anche quelle che a breve si apriranno per il voto amministrativo. Tutti i sondaggi in mano ai leader del Pdl infatti parlano chiaro.

Come raccontava il sondaggio Spincon per L'Opinione della scorsa settimana, infatti, gli elettori del centrodestra sono tra i più critici nei confronti dell'operato del governo tecnico. Il presidente del consiglio Mario Monti continua a godere della fiducia della maggioranza degli elettori di centrosinistra (65,2%) e del Terzo Polo (61,1%), ma riesce a convincere soltanto il 22% dell'elettorato di centrodestra. Per quanto riguarda il governo, il dato del centrodestra scende addirittura al 17,2% (appena il 2,8% esprime un giudizio "molto positivo"). Figuriamoci ora che si avvicina il momento di pagare l'Imu. In questo clima la prima vera scelta strategica del neo leader (in pectore) della Lega, Roberto Maroni, appare più che mai popolare e produttiva in termini di consenso. Ieri il Carroccio ha dato uno forte accelerazione alla campagna anti-tasse.

Prima le dichiarazioni di Maroni: «Entro il mese di maggio chiederemo ai nostri sindaci di prendere iniziative in giunta comunale contro l'introduzione dell'Imu». Poi la ratifica da parte del consiglio federale e la promessa che la Lega metterà in campo tutta la propria potenza sul territorio «facendo prendere iniziative ai sindaci e ai Comuni che sono la cellula fondamentale dell'istituzione e della democrazia». «Da lì riparte la nuova battaglia della Lega», ha spiegato Maroni, «dai nostri sindaci e spero anche che i sindaci degli altri partiti possano aderire a questa sacrosanta battaglia». Le indicazioni sono chiare. Da una parte la Lega invita tutti i comuni a liquidare Equitalia e assumere in proprio la riscossione dei tributi. Cosa che la legge consente di fare. Dall'altra il Carroccio si impegna a promuovere insieme la disobbedienza civile e l'opposizione fiscale da parte dei cittadini, «con l'aiuto dei sindaci per non metterli nei pasticci: saranno gli amministratori a dare copertura a chi aderirà».

Una scelta che fa sembrare decisamente opaca e minimalista l'iniziativa del Pdl che si batte per trasformare l'Imu in una tantum e che ha già pronto un ddl che consenta, agli imprenditori che attendono pagamenti dalla stato, di non pagare le tasse fino all'ammontare del loro credito con la pubblica amministrazione. E pensare che tutte le battaglie che la Lega ha sposato in questi giorni non sono del tutto farina del suo sacco. Si tratta più che altro delle iniziative promosse dal movimento dei Teaparty. Che da mesi girano le città italiane promuovendo la battaglia contro l'Imu sulla prima casa e quella per la "de-Equitalizzazione" dei comuni. Conquistando consensi sul territorio. Malgrado il silenzio dei media e l'incuranza del Pdl.

Under Siege

David Cameron è ufficialmente un Primo ministro accerchiato. Da un lato ci sono i sondaggi, in picchiata sia sul versante del gradimento personale che nel confronto tra partiti; dall'altro gli scandali legati all'affare Murdoch. Se il sonno di molti pidiellini italici è disturbato dalle burlesque di Silvio Berlusconi, l'elettorato conservatore britannico si interroga sempre più perplesso sui rapporti esistenti tra il giovane inquilino di Downing Street e l'impero (del male) mediatico dello squalo Murdoch.

Il fenomeno Le Penapr29

Il fenomeno Le Pen

A quasi una settimana dal primo turno dell'elezioni francesi, è possibile fare un'analisi a freddo.

I progressisti europei festeggiano per la vittoria di Hollande, il candidato socialista che promette eurobond e la rinegoziazione del fiscal compact, che ha sconfitto di un punto percentuale il presidente uscente Sarkozy.

Il risultato era previsto in Francia, e non solo, da parecchio tempo, dato che la crisi economica non ha risparmiato nessun leader che si fosse ricandidato dopo un periodo di governo in tutta Europa. La vera novità, infatti, non è il provvisorio vantaggio socialista, ma lo straordinario successo ottenuto dalle forze più radicali del paese.

Jean-Luc Melenchòn, a capo di una coalizione di estrema sinistra, ha raccolto l'11,11%, ma ancor più sorprendente è stato il 17,9% ottenuto dal Front National di Marine Le Pen.

Lei, figlia d'arte,che ama Hemingway e Dustin Hoffman, ma influenzata maggiormente da Victor Hugo, è sicuramente la sorpresa di questa tornata elettorale.

Presidentessa del partito dal 2011, 44 anni, è stata in grado di portare il FN al miglior risultato di sempre, grazie ad una campagna elettorale improntata su battaglie contro euro ed Europa, contro le porte aperte agli immigrati e a favore di una nuova sovranità nazionale e di una politica laicista,tipica della Francia.

Si dice, erroneamente, che Le Pen rappresenti la profonda destra francese, ma, in realtà, questa avvocatessa di Neuilly-sur-Seine è ben altro.

Non a caso durante tutta la campagne elettorale non ha mai usato una volta il termine "destra", il Front National aspira ad andare oltre i vecchi steccati e grazie a questa politica ha intercettato i voti dei delusi sia da Sarkozy che da Hollande, specialmente nella classi sociali più povere, solitamente vicine alla sinistra, infatti molti operai dal "cuore rosso" hanno votato Le Pen, causa la loro "collera nera".

Paladina del popolo deluso ha saputo cavalcare al meglio l'onda di antipolitica in tutta la Francia ed è anche grazie a lei e a Melenchòn se l'astensione è stata bassa, dato che loro hanno offerto la possibilità di esprimere un vero e proprio voto di protesta. Protesta contro l'Europa della Germania, contro il governo Sarkozy e contro un partito socialista appena uscito dallo scandalo Strauss Kahn.

Se avesse limitato il suo bacino elettorale alla sola destra non avrebbe certo ottenuto un risultato simile e la conferma la troveremo al secondo turno, dove i sondaggi dicono che metà dei suoi elettori sosterrà Sarkozy e metà Hollande.

Va dato atto a Marine Le Pen di aver fatto un ottimo lavoro, di aver comunicato molto bene con gli elettori e di aver proposto un'alternativa, seppur "di protesta", credibile, perché solo così si spiega il fatto che abbia sottratto voti anche ai partiti più moderati come i verdi, crollati dal 16% al 2%, e al movimento democratico di Bayrou, fermo al 9%.

In Europa i partiti più radicali di destra fanno a gara a presentarsi come i vari "Le Pen" della loro nazione, mentre il centrosinistra si pone il problema di come poter bloccare la crescita di questi movimenti, ma la questione che dovrebbero porsi, loro come i moderati di centro e di centrodestra, dovrebbe essere un'altra, cioè, come mai movimenti di protesta contro l'Europa e la globalizzazione, contro la società aperta e la modernizzazione, ottengono un successo tale?

Quando daranno finalmente una risposta concreta e si muoveranno di conseguenza, potranno stare tranquilli, perché gli estremisti caleranno immediatamente.

NBA Playoffs - Eastern

Rivolgiamo ora uno sguardo alla Eastern Conference, dove la situazione alla fine della regular season si presentava molto più delineata rispetto alla Western Conference.

CHICAGO BULLS (1) - PHILADELPHIA '76ers (8)

I Bulls hanno conquistato il miglior record della Eastern Conference con un record di 50-13, nonostante l'assenza di Derrick Rose nell'ultima parte di stagione. Ora che il play di Chicago è rientrato, i Bulls di Andrea Mancia si presentano a pieno regime a questa serie contro i redivivi '76ers di Iguodala, che hanno acciuffato l'ultimo biglietto utile per il viaggio nella postseason ad Est. Squadra molto interessante quella di Philly, con buoni elementi complementari come Young, Holiday e Williams (tutti molto giovani). Accanto a veterani come Iguodala e Brand e allenati con perizia dal buon Doug Collins (sosia ufficiale di Guido Bagatta, almeno 15 anni addietro), i 76ers con qualche buon innesto potranno in futuro togliersi parecchie soddisfazioni. Per quest'anno però l'ago della bilancia pende decisamente verso l'Illinois: la squadra di Thibodeau appare troppo superiore per farsi impensierire: miglior play della Lega, pacchetto lunghi completo (Noah, Boozer, Asik, Gibson), reparto esterni fortissimo (Deng, Korver). Degna di nota la presenza nel roster come back-up di Rose di John Lucas III, visto (troppo) brevemente a Udine quando l'arancione andava di moda in città.
Pronostico: Bulls.


BOSTON CELTICS (4) - ATLANTA HAWKS (5)

I Celtics vengono da una Regular Season contraddittoria, partita come peggio non si poteva e conclusa comunque con un discreto record di 39-27. Considerando che i Big Four hanno riposato ogni volta che Doc Rivers lo ha ritenuto opportuno, mi pare chiaro che Boston si è gestita proprio in vista della postseason, dove i vari Pierce, Allen, Garnett e Rondo torneranno a fare la differenza. Dall'altra parte troveranno gli Atlanta Hawks, che tenteranno il bis dopo che l'anno scorso sorpresero Orlando guadagnandosi un posto nella semifinale di Conference. Gli Hawks sono indubbiamente un gruppo collaudato, ben assortito ma è ormai evidente che Johnson e Smith non sono sufficienti per poter puntare quantomeno alla Finale di Conference. Prevedo comunque una serie molto combattuta, ma il mio giudizio pende a favore dei "ragazzi" di Doc Rivers.
Pronostico: Celtics.

 

INDIANA PACERS (3) - ORLANDO MAGIC (6)

Partiti senza i favori del pronostico, i Pacers sono la vera rivelazione della stagione e si sono meritatamente guadagnati il terzo posto della griglia ad Est. Guidati dal pino dal giovane Vogel e ben assemblati dal monumento Larry Bird dietro la scrivania, con le aggiunte di David West e Leandro Barbosa i Pacers potrebbero sorprendere qualcuno anche a maggio inoltrato. Si troveranno di fronte non una squadra, ma uno psicodramma: i Magic saranno senza Dwight Howard (schiena), hanno in Stan Van Gundy un coach praticamente già messo alla porta dalla squadra prima che dalla dirigenza e un gruppo dilaniato da polemiche interne. Se Superman si fosse fatto male un mese prima i Magic non sarebbero nemmeno entrati nelle prime sedici, quindi mi sento di poter affermare che in questa serie lo sweep è dietro l'angolo, a meno che brother Hedo non s'inventi qualcosa e riesca a far vincere ai Magic almeno una partita.
Pronostico: Pacers.


MIAMI HEAT (2) - NEW YORK KNICKS (7)

Senza dubbio la serie preferita da David Stern, che si aspetta un buon riscontro economico da questa serie. Parlando di basket sui Miami Heat non c'è molto da commentare, basta citare LeBron e Flash e si è già detto tutto. Per contro i Knicks  del nuovo coach Mike Woodson hanno chiuso dignitosamente la stagione, archiviando il fenomeno Lin (ai box per problemi al ginocchio) e riconsegnando le chiavi a Carmelo, che ha "ripagato" la fiducia riportando i playoffs al Madison Square Garden (era comunque il minimo sindacale). Favoriti d'obbligo i ragazzi di Riley.. ehm Spoelstra, ma se Anthony (con JR Smith degnissimo scudiero) entra in ritmo potremmo assistere a duelli epici a suon di quarantelli stile Jordan-Wilkins tra lui e Lebron, anche se alla fine a prevalere saranno i ragazzi della Florida.
Pronostico: Heat.

NBA Playoffs - Western

Vista l'ondata di antipolitica e qualunquismo che sta travolgendo il Paese, ci gettiamo anche noi in questo mare e facciamo le nostre previsioni sui prossimi playoff Nba. Chiacchiere da bar, niente di più, fatte da chi vive dalla parte sbagliata dell'Oceano Atlantico e comprende alla sua maniera tutto quello che accade dal lato opposto.

Pagina {$pageNumber} di {number(number($numberOfRecords)/number($numberOfPosts))}1234567891011