Acqua gelida

Ho visto il dibattito. First of all: che grande democrazia è quella americana. Vorrei ci avvicinassimo a quel modello, il migliore che c’è.

Ci si creda o no, voglio difendere Obama. Dagli attacchi dei democratici, dallo stupore della stampa amica, dai commenti increduli di quelli che pensavano di aver già vinto. Dalla sua amministrazione, da quei bugiardi del suo portavoce e della vice responsabile della sua campagna elettorale. Da sé stesso.  Quello che abbiamo visto è quello che accade quando si passano anni a distorcere la realtà: e poi si è svegliati da una secchiata d’acqua gelida.

Essere Presidenti degli Stati Uniti non significa sapere tutto di tutto, essere soli, essere sempre i più bravi: anche se Obama sostiene di esserlo. Ti devi circondare di un team che non sia fatto di yes men; devi ascoltare le critiche; devi capire che se nel mid term prendi uno schiaffone come quello che ha preso Obama, qualcosa non va e non si può continuare nella stessa direzione. Ma se sei circondato da gente che ti dice che sei bravo, migliore di tutti, non sbagli mai; se tutti ti adorano, nessuno critica ciò che fai; se ti urlano in ginocchio che sei un semidio e i tuoi avversari sono incapaci, se il naturale ruolo della stampa diventa osannarti invece di controllare il tuo operato …  allora tendi a pensare di essere invincibile, specialmente se parti da una eccessivamente alta considerazione di te stesso.

Finisci per dire cosa non va e cosa vorresti fare, dimenticando che sei il Presidente degli Stati Uniti da 4 anni e che per la metà del tempo hai avuto un Congresso interamente democratico. Finisci, soprattutto se il moderatore non ti chiede come la pensi ma quale sia la differenza tra te e l’altro, a ripetere pedissequamente cose non vere … ma stavolta c’è qualcuno che ti ribatte OGNI VOLTA che ti sbagli: ed è uno schock, perché non sei abituato e ti senti quasi vittima di un agguato, che è quello che il linguaggio del corpo di Obama urlava ieri notte. Tutto qua. La colpa della sconfitta nel dibattito non è di Obama, è di chi lo circonda; di chi gli ha perdonato qualsiasi sciocchezza; di chi ha dato del razzista a chiunque lo criticasse; di chi ha chiuso gli occhi davanti ai suoi numerosi fallimenti; di chi ha speso 4 anni in una specie di sogno in cui è più importante un account di twitter di un downgrade del debito, conta di più l’endorsement di qualche straviziata attricetta del paper di un centro studi indipendente, ed è essenziale piegare la testa davanti ai nemici e scansare gli alleati invece che accettare il ruolo di leader del mondo libero con tutte le conseguenze che comporta.

Quanto a Romney, è stato molto bravo. Si vede che si è preparato bene. Ma è soprattutto COSA ha detto, più che COME lo ha detto, che mi fa dare un giudizio positivo. Penso che le sue ricette siano quelle giuste, ed è assolutamente necessario fermare il disastro portato da 4 anni di Obama e da alcuni errori che, certo, sono stati fatti da Bush (e da Clinton prima di lui). La strada è ancora lunga, e sarà difficilissima, anche perchè i democratici feriti e stupiti della resistenza repubblicana reagiranno attaccando. Ma io credo che l’America non sia quella raccontata da Obama, che ha il merito di avere rappresentato perfettamente una parte di società che vorrebbe vivere al deficitario calduccio statalista del welfare state europeo che ha portato il nostro continente al disastro. Si è visto chiaramente parlando di healthcare: c’era uno che sosteneva il merito di lasciare la cosa solo allo stato, e un altro che voleva introdurre concorrenza e possibilità di scelta. Credo e so che l’America è il posto di concorrenza e scelta, non di statalismo e assistenzialismo: perché sempre, no matter what, io ho fiducia nel popolo americano.