L’Europa dopo il 9 novembre 1989

berlinwallfall2L’anniversario di domani rischia di passare inosservato. Ma sono 25 anni dalla caduta del muro di Berlino. Più ancora che le prime elezioni libere in Polonia, vinte da Solidarnosc (4 giugno 1989) e il fallito golpe nell’Urss contro Gorbachev (21 agosto 1991), o lo stesso scioglimento dell’Unione Sovietica (25 dicembre 1991), la data che tuttora viene celebrata come fine delle dittature socialiste reali in Europa è proprio quella del 9 novembre 1989.

Il muro di Berlino era il simbolo più odioso, conosciuto e significativo del blocco orientale. Una lunga barriera di cemento, filo spinato, torri di guardia e campi minati che trasformava l’intera Germania Orientale comunista in un gigantesco carcere a cielo aperto, da cui era impossibile fuggire. Le vittime del muro furono più di un migliaio: gli evasori dal grande esperimento sociale imposto dall’Urss erano abbattuti sul posto. La stampa di sinistra continuava a giustificare il muro come un metodo di “autodifesa”. I tedeschi che fuggivano erano tacciati di tradimento: “tutto quel che abbiamo speso per la vostra formazione – si diceva allora – voi andate a sperperarlo nell’Ovest”. Alla fine fu lo stesso regime sovietico a comprendere che questo sistema fosse insostenibile.

Nel pieno della perestrojka, quando il presidente sovietico Gorbachev era ancora dell’idea che nell’Est europeo potesse sorgere un socialismo dal volto umano, liberamente votato dalla gente, il regime di Erich Honecker, che fino ad allora aveva governato la Germania Orientale col pugno di ferro, venne di fatto scaricato. Nelle celebrazioni del 7 ottobre 1989, anno del 40mo anniversario della fondazione della Repubblica Democratica Tedesca, la folla applaudiva Gorbachev, non Honecker. Di lì a un mese e due giorni dopo, quella Repubblica, fondata dalle truppe d’occupazione sovietiche, avrebbe iniziato a sgretolarsi rapidamente, a partire dall’abbattimento del muro. Che, come tanti altri eventi epocali, avvenne per sbaglio. Anche grazie alla collaborazione inconsapevole di un giornalista italiano, Riccardo Ehrman, corrispondente dell’Ansa da Berlino Est. Il 9 novembre, alle 18, il ministro della propaganda tedesco orientale, Günter Schabowski, stava tenendo una conferenza stampa per annunciare nuovi allentamenti sui controlli per l’emigrazione da Est a Ovest. La frontiera ungherese era già aperta dall’estate precedente e stava creando una vasta emorragia di profughi verso la Germania occidentale e l’Austria. Schabowski disse che, da quel giorno tutti i berlinesi dell’Est avrebbero potuto attraversare il confine con un appropriato permesso. Ehrman gli chiese da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore. Schabowski, che non conosceva la risposta, improvvisò: “Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente”. Poche ore dopo tutta Berlino Est si era riversata nelle strade, la gente attraversava il confine e le guardie di frontiera lasciavano fare. E il muro veniva abbattuto a picconate. Si è trattato di una delle rivoluzioni più incredibili, rapide e pacifiche. E contagiose: di lì a due mesi tutto il blocco orientale cessava di esistere. Al vecchio socialismo reale non subentrò il socialismo dal volto umano, come sperava Gorbachev. Non subentrava più alcuna forma di socialismo. Le popolazioni orientali, dopo tutta quella sofferenza, volevano libertà e basta.

Il 9 novembre, in quanto data-simbolo della fine del blocco comunista, è tuttora il giorno in cui iniziò una nuova era. Quella in cui viviamo tuttora. Segnò la fine di un ordine mondiale a cui eravamo abituati: diviso in due blocchi ideologici, politici e militari in competizione fra loro e sempre sull’orlo del conflitto. Ma segna soprattutto la fine di un lungo ciclo: fu il tramonto del progetto iniziato da Lenin nel più lontano novembre del 1917, quando i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado per lanciare una rivoluzione su scala mondiale. Il loro progetto apocalittico si era già arenato da decenni, fin dai tempi della morte di Stalin e del primo timido revisionismo di Chrushev, iniziato nel 1956. Ma solo con lo sgretolamento del blocco europeo orientale, con la fine definitiva della guerra fredda, della minaccia di invasione dell’Europa occidentale, dello spettro di una guerra nucleare che sarebbe iniziata in Germania, si può dire che l’espansione del comunismo, iniziata con Lenin, iniziò a implodere, rapidamente e irreversibilmente.

Dopo il 1989, nessun’altra data, nemmeno l’11 settembre 2001, ha soppiantato, per importanza, quella del 9 novembre. Nessun singolo momento storico è stato più determinante nel cambiare gli equilibri e le ideologie, l’ordine economico e politico, a livello planetario. In un solo giorno, nei mesi immediatamente successivi, un progetto planetario che avrebbe dovuto costruire il paradiso in terra aveva perso di senso. Tutto quel che aveva condizionato, dall’arte alla religione, dalla cultura scientifica a quella umanistica, dal sindacalismo alla politica dei partiti, da quel momento in avanti doveva essere seriamente rivisto o archiviato. Almeno un terzo dell’umanità cambiava strada, o si condannava a combattere una battaglia di retroguardia.

Tuttora non è chiaro quanti abbiano realmente compreso la portata dell’evento. Soprattutto non è chiaro quanti l’abbiano accettato. Come in tutti i casi di collasso repentino, d’altronde. Chi non ha mai accettato il 9 novembre è sicuramente Vladimir Putin, attuale presidente russo, che allora era un ufficiale del Kgb di stanza proprio in Germania. Pare che abbia chiesto istruzioni su come sedare il tumulto, come era normale che fosse, per un uomo che ricopriva il suo ruolo. L’assenza di risposte dal Cremlino gli lasciò il segno e ne condizionò la carriera. Tuttora, Putin, considera il 9 novembre e la conseguente disgregazione del blocco sovietico come la “più grande tragedia geopolitica della storia”. E il suo obiettivo, in fondo, resta uno: distruggere l’ordine (democratico e liberale) nato dopo il 9 novembre.

Nell’Europa occidentale, il 9 novembre non è stato pienamente compreso da quelle classi politiche che, per varie ragioni più o meno oscure, si erano affezionate all’ordine bipolare. Non è stato del tutto accettato da un Andreotti, per esempio, che solo cinque anni prima aveva affermato ironicamente di amare a tal punto la Germania da volerne due. I suoi eredi, sia a destra che a sinistra, hanno semplicemente seppellito la memoria del bipolarismo, della guerra fredda, della lotta delle democrazie contro il comunismo. Vedono il 9 novembre come un giorno di unificazione dell’Europa. Non come il trionfo di un sistema su un altro, ma come un più astratto sentimento di entusiasmo per un’Europa unita. In un certo senso, questo sentimento ha un fondamento: riunificare l’Europa, a partire dal trattato di Maastricht, fu l’unico modo di far accettare (alla Francia, soprattutto) un’unificazione della Germania, che a mezzo secolo dalla Seconda Guerra Mondiale faceva ancora paura. Ma non è certo questo il vero significato del 9 novembre. Che resta, appunto, la fine di un progetto utopistico e apocalittico, quello comunista avviato da Lenin. La mancata comprensione di questa sconfitta, può portare a ripetere certi errori di quell’esperienza. come rilevava la Thatcher, alla vigilia di Maastricht, proprio quando il blocco multi-nazionale sovietico si avviava alla disgregazione e alla liberalizzazione, il blocco occidentale imboccava il percorso opposto, verso un maggior accentramento e una pianificazione più invadente. Tuttora è questa struttura europea a causarci il grosso dei problemi.

Il vero significato del 9 novembre è stato colto, più chiaramente, solo dai Paesi europei dell’Est. A partire da quelli che si sono integrati nell’Ue nei primi anni 2000 e che sono diventati la stampella liberale del continente: quelli con maggiori prospettive di crescita, con le tasse più basse, con le riforme più coraggiose di liberalizzazione. Eredi diretti dello spirito del 9 novembre, sono soprattutto i dissidenti russi, costretti a vivere nel Paese dalla rivoluzione mancata, dominati da una strana democrazia “controllata”, erede del Kgb, che ora rivuole il vecchio ordine. Sono i dissidenti ucraini, che hanno fatto la rivoluzione del 2004, hanno fallito e hanno ripetuto il tentativo nel 2014. Sono i rivoluzionari georgiani, che nel 2003, con la rivoluzione delle rose hanno creato nel Caucaso, nel profondo dell’ex Urss asiatica, un esperimento più unico che raro di democrazia liberale.

La rivoluzione iniziata il 9 novembre non è ancora finita. Ma, da allora, il mondo, soprattutto il nostro piccolo mondo europeo, non è più tornato indietro.