Il sonno profondo dell’Occidente

sleepSoltanto pochi mesi fa, con le mie orecchie, ho sentito importanti analisti italiani spiegare che l’allarmismo nei confronti di Isis e del terrorismo islamista in generale era assolutamente eccessivo. Che si trattava di quattro cani affamati e disperati che si combattono tra loro per ragioni politiche interne. Che dell’Occidente gli importa ben poco e che lo schema tutt’al più ricalcava un po’ quello del conflitto israelo-palestinese: gli israeliani sono prepotenti e i palestinesi, pazzi di rabbia, non trovano di meglio che reagire col terrorismo. Il pericolo vero, si diceva, sono gli eventuali cani sciolti, gente che per proprie ragioni, per debolezza mentale, per fanatismo o per emulazione potrebbe intraprendere qualche azione nei paesi e nelle città europee in modo del tutto imprevedibile. Punto. E mica vorremo ricamare tanto su poche centinaia di occidentali che corrono in Siria ad unirsi ai guerriglieri del Califfato, si addestrano per bene e poi magari se ne tornano tranquilli a casa loro, no?

Non ho nemmeno provato a credere a ciò che sentivo. Sapevo che era inutile. Mi sono chiesta, però, in che mani siamo e come siamo organizzati per fronteggiare l’eventuale minaccia. E oggi so che in Occidente presumibilmente nessuno è veramente preparato. Non solo la Francia non è stata in grado di proteggere gli esponenti di una delle più grandi conquiste occidentali, la satira, che è la libertà di critica per eccellenza; non solo sembra che i responsabili fossero ben noti alle forze di polizia e ai servizi segreti, non sono nemmeno ancora riusciti a prenderli. Francesi di seconda generazione. Nati e cresciuti nel paese in cui hanno spazzato via in cinque minuti dodici vite, un’intera redazione, una lunga storia. E quanti appoggi, quanti finanziamenti, quanti nascondigli, quanti complici, simpatizzanti, affiliati, quanta gente e che organizzazione c’è dietro un attentato come quello ai giornalisti di Charlie Hebdo? Tanti, tanta. E’ evidente.

Bisogna aver dormito un sonno profondo lungo almeno tredici anni per dirsi sconvolti ed esterrefatti di quanto accaduto nel cuore di Parigi. Bisogna essersi distratti parecchio per non accorgersi di cose come l’esecuzione di Theo Van Gogh, gli omicidi tentati e le uccisioni perpetrate a danno di vignettisti, scrittori, poeti, traduttori, uomini, donne, bambini, ebrei. E ora che non si può più fingere che si fa? Siamo tutti Charlie Hebdo. Balle. Se lo fossimo oggi i giornali di tutto il mondo avrebbero pubblicato vignette satiriche a pioggia, invece ce ne siamo guardati perché siamo terrorizzati, comprensibilmente portati ad evitare di offrire il pretesto per un nuovo attentato, ma deve essere chiaro che ogni rinuncia alle nostre libertà è un motivo in più per attaccarci ancora, e ancora, e ancora, fino all’annichilimento e alla resa. Oggi il terrorismo islamista ha comunque vinto, e la sua strada sarà tutta in discesa finché ci si rifiuterà di capire che è in corso una guerra la cui natura è prima di tutto culturale.

L’identità occidentale si è talmente infiacchita che partorisce immigrati di seconda generazione pronti alle azioni più barbare per imporre una ideologia molto più certa, forte e radicata. Qualunque idea può essere radicalizzata e fanatizzata fino alle estreme conseguenze, ma non possiamo più fingere di ignorare che esiste un contrasto reale tra molto di ciò che l’Islam rappresenta e alcuni dei nostri valori più fondamentali, primo fra tutti l’eguaglianza tra i sessi. Una religione politica che non conosce e non accetta la separazione tra Stato e Chiesa, e non prende in considerazione la possibilità di una vita al di fuori dei precetti religiosi, costituisce di fatto un insieme di tradizioni e visioni difficilmente conciliabili con le più importanti prerogative occidentali, quali la laicità dello Stato, la separazione dei poteri, il diritto all’ateismo, la libertà sessuale, quella di espressione e di critica. Ed anche se questo non significa che tutti i mussulmani ritengano doveroso imporsi con la violenza, o che tutti siano indiscutibilmente osservanti, è inutile e ipocrita chiamare islamofobo chiunque faccia notare che questa è la realtà; è inutile preoccuparsi di dimostrare, come ho visto fare sui social, che Charlie Hebdo era duro anche con la Chiesa cattolica, è inutile cercare di blandire il nemico autocensurandoci e rinunciando magari al Natale e al presepe.

Il nemico ride di queste pagliacciate, e le percepisce per ciò che sono: piccole rese quotidiane che rendono più facile il compito e più invitante l’azione terroristica. Se vogliamo davvero provare a noi stessi che la convivenza pacifica con l’Islam è possibile, chiediamo ai mussulmani che vivono e lavorano in Occidente, e appartengono magari alla seconda generazione, di dimostrare che vivere la propria fede rispettando le istituzioni e le leggi dei paesi che li hanno accolti è possibile; chiediamogli di dimostrare che la loro integrazione non è una lunga e silenziosa attesa della vittoria dell’Islam sull’Occidente; chiediamogli di dire la loro e battere un colpo su questa guerra. Una guerra il cui scenario principale, di nuovo, è il Mediterraneo, quel Mediterraneo che la cecità francese e americana, in primis, negli ultimi sette anni, ha contribuito a rendere un colabrodo e un viatico di criminalità e sfruttamento del quale mi rifiuto di credere che il terrorismo non approfitti o non approfitterà. Se siamo davvero Charlie Hebdo, alziamo la testa dalla sabbia e affrontiamo i legami tra criminalità organizzata, immigrazione e terrorismo, ritroviamo l’orgoglio di ciò che rappresentiamo e proviamo a difenderlo. Ma presto, perché per noi è già tardi, mentre il fondamentalismo, supportato da una visione teleologica della vita, non ha alcuna fretta.