Froggies

I tempi cambiano e se ne facciano una ragione. Chi? Gli inglesi e per inglesi s’intendono quelli che abitano l’Inghilterra, non il Galles o la Scozia o l’Irlanda del Nord e neppure quelli dell’isola di Man. No, gli inglesi, punto. È accaduto questo, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra: che l’inglese Bradley Wiggins vincesse il Tour de France, il primo albionico nella storia della competizione ciclistica – poi ha vinto anche la medaglia d’oro nella cronometro olimpica, ma è un altro paio di maniche. La Manica, appunto: da una parte, a Parigi, la folla che ha accolto con passione l’atleta dalle lunghe basette, dall’altra gli inviati dei quotidiani con base a Londra che in ogni modo hanno tentato di rimarcare il fronte che a loro detta divide Inghilterra e Francia e che forse non esiste più. L’Equipe, la Gazzetta dello Sport d’Oltralpe, ne ha celebrato il trionfo titolando “Wiggo le Froggy”, sottolineandone la padronanza dell’idioma francese: d’altronde Wiggins ha vissuto laggiù diversi anni, per motivi di lavoro. Il Telegraph, il Daily Mail, il Sun e altre testate hanno affidato a Wiggins il compito di fare la storia ai Giochi 2012 (lui ha prontamente eseguito festeggiando come si comanda la sera stessa, sullo sfondo della cattedrale di St. Paul) e hanno calcato sul fatto che sugli Champs-Élysées sventolasse la Union Jack.

La solita storia, quella destinata probabilmente ad essere rivista. Un chiaro esempio di successo in-votre-face, froggies ai quali abbiamo salvato la pelle in due occasioni mentre i crucchi invadevano la vostra terra. Voi che vi vantate della rivoluzione fatta a colpi di ghigliottina per ritrovarsi con Napoleone, mentre noi, cent’anni prima, senza spargere goccia di sangue, riuscimmo nell’intento di renderla Gloriosa, la rivoluzione, e gettammo le basi per lo stato moderno di diritto – e a suo tempo sconfiggemmo pure il corso. Lo fece presente, con piccato senso della furbizia e con una tempistica da applausi, anche Margaret Thatcher al presidente François Mitterand, nel 200° anniversario dell’accaduto. Eppure c’è dell’altro, all’orizzonte.

Londra attira, non solo i banchieri o i grandi contribuenti francesi che rischiano di essere tartassati dall’imposta al 75% voluta da François Hollande. Ma anche gli artisti per l’eccentricità della capitale britannica e il suo multiculturalismo: argomento spinoso, quest’ultimo. L’estate scorsa le vie periferiche di Londra e di altri centri andavano a fuoco, nel 2005 il cuore della città è stato colpito da terroristi islamici cresciuti tra Luton e Birmingham. Eppure l’esperimento sembra funzionare meglio rispetto alla realtà delle banlieue parigine. E ancora: mentre i commentatori inglesi storcevano il naso di fronte alla burocrazia che maneggiava l’organizzazione olimpica, Le Figaro discuteva dell’eredità innovativa che i Giochi 2012 lasceranno una volta calato il sipario. Se i londinesi hanno abbandonato le loro case per sfuggire ad un ingorgo unico che a quanto pare non c’è, i vicini si sono riversati in massa al di là del Canale. Freddy Gray, firma dello Spectator con madre francese, ha raccolto le conferme di Bénédicte Paviot, corrispondente per il canale all news France 24, sull’aumento delle prenotazioni tra le compagnie aeree, mentre una portavoce di Eurostar, il servizio ferroviario ad alta velocità che collega Parigi e Londra attraverso il tunnel della Manica, ha notato un notevole interesse da parte dei clienti francesi con l’approssimarsi dell’evento sportivo.

Quindi c’è la cucina. Dicono i critici gastronomici che a Parigi si mangia sempre più inglese – e ben oltre il classico fish and chips. Nei pressi della Gare du Nord lavora molto il ristorante Albion, sotto gli ordini dello chef Matthew Ong. È inglese, si capisce, e la clientela lo può vedere all’opera grazie alla vetrata che si apre sulla sua cucina. In televisione impazzano il demoniaco Gordon Ramsey e il più mansueto Jamie Olivier, che con il suo programma attraversa il Regno Unito per ricondurre i patrioti ad uno stile più salutare a tavola,  sfruttando la tradizione culinaria prettamente britannica. Infine Alain Ducasse, lo chef più famoso di Francia, ha affermato che Londra è la “restaurant capital” del mondo. È tutto vero.

Dall’Eliseo, nel frattempo, hanno sloggiato Nicolas Sarkozy e Carla Bruni. Lo scorso dicembre Sarkozy rifiutò la stretta di mano al Primo ministro David Cameron in occasione di uno dei tanti vertici programmati negli ultimi mesi per salvare l’euro: l’inquilino di Downing Street aveva guidato la fronda contro l’asse franco-tedesco e l’ex presidente gollista non l’aveva presa affatto bene. A Buckingham Palace invece Her Majesty è quanto mai salda (e in gran forma, se riesce a raggiungere in paracadute la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi) e la famiglia reale gode di buona popolarità fuori dai confini nazionali. Merito principalmente del lungo eco del matrimonio tra il principe William e Kate Middleton: la ragazza ha fatto breccia tra i sudditi e non solo per la sua semplicità e al contempo per l’eleganza (e le signore sanno quanto conti un complimento di tal fattura). Quindi sono scattate le celebrazioni per il Diamond Jubilee, i sessant’anni di regno di Elisabetta II e la curiosità non ha accennato a diminuire. Nemmeno Mariantonietta ai tempi ci avrebbe scommesso la testa se le avessero predetto che la Grandeur repubblicana si sarebbe affezionata nuovamente alla corona.

Così va il mondo, oggi. Gli inglesi tuttavia sembrano non fidarsi – e quando mai si sono fidati di qualcuno? Preferiscono lo scherma precedente, lo status quo. Si compiacciono della loro vanità, vizio quanto mai francese: dopo tutto, Oltralpe rimangono convinti che la civiltà cominci e finisca da loro. Perché va bene tutto, d’accordo il flirt del momento con la perfida Albione, ma prima o poi l’ordine delle cose verrà ristabilito. E gli uni continueranno a non poter fare a meno degli altri, in pace così come in guerra. 

Dario Mazzocchi, L’Opinione
 

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