Rubio Century

rubio_213

Quello che è successo a Parigi ci interroga sul futuro della nostra società e delle nostre libertà. Ci hanno colpito nei posti più semplici, più vicini alla cultura occidentale: il teatro, lo stadio, il bar. E’ stato un attentato operato in luogo preciso ma la proiezione è quella di vero e proprio attacco all’Occidente e alla sua cultura.

Possiamo, dunque, sentirci in guerra, e non sarà facile uscirne per molti motivi, primo tra tutti  perché questa non è una guerra tradizionale ma un conflitto asimmetrico per il quale non siamo preparati e non disponiamo di una dottrina militare condivisa. E’ forse questa la ragione più importante per sostenere la necessità di un dialogo con quei musulmani maggiormente vicini alla nostra cultura e che già stanno prendendo posizione all’interno della comunità musulmana in un dibattito dai toni molto accesi anche tra gli stessi appartenenti alla Ummah.  Una distinzione nella religione islamica è importante per capire la natura del conflitto stesso e a questo proposito utile è la distinzione fatta dal professor Panebianco tra i “contaminati” dalla nostra cultura e gli “incontaminati”, i più pericolosi, i fondamentalisti che vogliono espandere la shari’a. Occorre staccarsi dagli spot politicamente corretti di questi giorni: questa guerra c’entra con la religione perché il Corano (o sue furbe interpretazioni) è il punto di riferimento comune a tutti  questi “incontaminati”.

Come detto anche su questo blog, questa guerra  trova un Occidente impreparato e i motivi del ritardo sono molti, partendo dal cuore della cristianità: il papato. Non si discute sulle doti umane ma molti interrogativi possono esser posti attorno alla fermezza di Papa Francesco, debole di fronte alle rivendicazioni jihadiste. Oggi più che mai, risuonano profetiche le parole di Ratzinger a Ratisbona: il Papa tedesco sembra essere stato l’unico, tra le gerarchie cattoliche, ad aver capito la natura dei folli attentatori che hanno colpito America, Spagna, Inghilterra e, ora, Francia.

D’altro canto la stessa Europa non sembra essere in grado di imporsi a livello internazionale. Politicamente diviso, economicamente imballato, il Vecchio Continente non si é dotato di una linea comune in politica estera facendo emergere tutte le contraddizioni interne al sistema europeo (v. diversi approcci alle migrazioni e rischio per Schengen). Lo stesso richiamo di Hollande all’articolo 42 sembra delinearsi solo come un disperato appello ad un’Unione sull’orlo del declino.

Certamente l’alleato storico statunitense non pare essere pronto o quantomeno interessato ad un intervento militare “pesante”. Le posizioni di Obama hanno ridotto al minimo l’idea di eccezionalismo americano e la strategia globale dell’esportazione della democrazia. La successione alla 44 presidenza americana, però, potrebbe aprire scenari interessanti: se per il partito democratico la vittoria di Hillary Clinton appare scontata, il campo repubblicano sembra essere più combattuto. Dovessero vincere i dem per la terza volta di fila è difficile attendersi un segnale di discontinuità in politica estera, toccasse ad un candidato del GOP è invece lecito aspettarsi un deciso cambio di rotta. La direzione, però, non è definita e dipende da chi prevarrà nella corsa delle primarie: : Trump si è detto pronto ad allearsi con Putin per bombardare la Siria ma si è espresso più volte in termini critici verso la NATO,  Ben Carson pare un po’ più in difficoltà sui temi esteri ma fermo sulla possibilità di intervento, mentre lo scenario più interessante si materializzerebbe con Marco Rubio alla Casa Bianca. Il motto della sua campagna elettorale, “A New American Century”, lascia intendere con chiarezza che passa per il giovane senatore della Florida l’unica speranza di rivedere gli Stati Uniti nuovamente centrali nel dibattito sul futuro dell’Occidente e sull’aggressione che il nostro modello di convivenza sta subendo.

468 ad