Né Mirabello, né Grazioli

Occorre dire innanzitutto quel che è giusto e doveroso dire: Gianfranco Fini, ieri, ha fatto un discorso molto bello. Lineare, alto,  stilisticamente inappuntabile. E’ forse il miglior oratore che la politica italiana conosca e in questo è il degnissimo delfino di Giorgio Almirante. I contenuti, però, ancora non ci sono. Parte citando Tremaglia seduto in platea. Ed è lo stesso Mirko Tremaglia che disse che in Europa i culattoni sono in maggioranza. Lo mise anche nero su bianco su carta intestata del ministero. Non il miglior inizio possibile per chi vorrebbe un soggetto più liberale e moderato del Pdl. Ma andiamo avanti. Fini racconta di un’emozione forte, la più forte da quando viene a Mirabello. Elenca alcune delle esperienze principali vissute lì, tra la sua gente. Liquidazione dell’Msi, fine di An, ingresso nel Pdl, fine del Pdl. Una dopo l’altra Gianfranco Fini ha elencato, forse inconsapevole, le mille giravolte che lo hanno portato lì dove adesso sta, nel mezzo del guado tra vorrei ma non posso e potrei ma non voglio. Prima di lui ha parlato Chiara Moroni, dopo di lui apparirà in tv Benedetto Della Vedova: liberali e socialisti, ex missini e vecchi simpatizzanti della Rete di Leoluca Orlando. C’è di tutto un po’, in questa ammucchiata anti-berlusconiana e fare futurista. Confusione confermata dall’immagine plastica di un leader che parla di nuova destra mentre le bancarelle vendono magliette “boia chi molla” e “l’italia agli italiani”. Ce ne potremmo anche fare una ragione se poi Fini riuscisse a dire qualcosa di conseguente rispetto a tutti i ragionamenti fatti.  Invece no. Il discorso del Presidente della Camera è bello e fluido ma è una somma di frasi fatte, citazioni importanti, appelli alle coscienze. Peccato che, poi, a tanta verve oratoria non corrisponda l’epilogo logico della rottura con la destra berlusconiana. Quella stalinista, antidemocratica, impresentabile ed illiberale. C’è da chiedersi come mai, visto l’opinione così bassa che ha dei suoi compagni di strada, Fini non scelga rotte alternative e rimanga così pervicacemente attaccato ad una maggioranza che non c’è più. Poi ci sono alcuni temi politici: quote latte (e ha ottime ragioni da spendere), magistratura, tagli alla spesa pubblica e precari della scuola. Sogniamo un leader che dica cose di destra su questi temi da ormai troppo tempo per poter rimanere delusi dalla difesa di una magistratura tra le più lente d’europa e di un sistema scolastico creato a immagine e somiglianza della Cgil e assolutamente inefficiente. Ma ci sorbiamo anche questo, in attesa di un segnale, uno soltanto, che possa riabilitare Gianfranco Fini agli occhi di un conservatore liberale che ha ormai perso ogni speranza. Non succederà niente e l’esercizio retorico rimane bellissimo ma fine a sé stesso. Siamo pronti a ricrederci ma l’impressione avuta è di un movimento che trova il suo collante in sentimenti che sono uguali e contrari a quelli che tengono insieme buona parte del Popolo della Libertà. In mezzo c’è sempre Silvio Berlusconi: nel Pdl lo adorano, in Futuro e Libertà lo odiano. La Politica, quella di cui si vaneggia il ritorno, è ancora lontana. Non sta né a Mirabello né a Palazzo Grazioli e andrebbe cercata con occhi diversi rispetto a quelli  dei due co-fondatori. Uomini con molti meriti ma anche con la colpa, grandissima, di aver sprecato un’occasione irripetibile di cambiare questo paese.