2012: l’anno fatale

È un anno di sconvolgimenti, il 2012. La crisi economica prosegue nella sua offensiva, gli stati battono in ritirata cercando forze fresche nelle tasche assottigliate dei contribuenti e intanto il fronte comune si disfa, tra una bega e l’altra. Gli effetti non tardano a farsi sentire e nuovi equilibri si prospettano all’orizzonte.

Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna le prime del gruppo a mostrare segni di cambiamento, mentre la solita Germania al momento tiene botta. Domenica sera, ad esempio, la Juventus è tornata campione d’Italia, conquistando a Trieste il 30° scudetto sul campo, il 28° per gli annali ufficiali, a scapito del Milan che veniva sconfitto nel derby dall’Inter. I rossoneri di Massimiliano Allegri sono costretti a cedere il posto dopo un solo anno di regno: in tempi come questi, la precarietà è un fattore inevitabile. Il presidente milanista Silvio Berlusconi ha fatto i complimenti agli avversari direttamente da Mosca, dove presenziava all’investitura a capo di stato dell’amico Vladimir Putin. Nel frattempo il Popolo della libertà maturava una sonora batosta alle amministrative, valutando quindi se confermare il sostegno o meno il sostegno al governo Monti, optando al più per un appoggio esterno: la strategia alquanto complessa è quella di smarcarsi da un esecutivo che dal giorno d’insediamento ha introdotto tasse, contando anche sulla fiducia parlamentare del Pdl. 

Da Milano a Parigi, il percorso di Carlo Ancelotti che lo scorso 30 dicembre è diventato allenatore del Paris Saint-Germain. Un’altra capitale occupata, dopo Londra, al servizio degli emiri del Qatar che stanno collezionando squadre in tutte il Vecchio Continente: per loro la crisi è un’opportunità. Carletto è giunto in Francia al posto di Antoine Kombouaré che pure aveva chiuso il girone d’andata al primo posto. Ha dato la caccia a Pato e l’attaccante brasiliano pareva destinato a cambiare aria, ma voci di corridoio suggeriscono che la fidanzata Barbara Berlusconi si sia opposta al trasferimento che avrebbe aperto la strada a Carlos Tevez, per la disperazione dello staff medico del Milan.

La Ligue 1 volge al termine: mancano due giornate e il Psg non è più primo, staccato di tre lunghezze dalla capolista Montpellier. L’inevitabile stravolgimento bussa alla porta calcistica, perché intanto si è già sistemato all’Eliseo sotto le sembianze di François Hollande, il leader del Partito socialista che ha sconfitto Nicolas Sarkozy, l’uomo di Angela Merkel che sorrideva beffardo a sentire il nome di Berlusconi (poi tema di discussione tra i due candidati al dibattito della scorsa settimana). Monsieur Normalité, anticipato da una retorica prevedibile come un gol mangiato da Robinho, è riuscito là dove fallì l’ex compagna Ségolène Royal nel 2007: stravolgimenti, la donna con i pantaloni superata dal primo che passa.

A proposito di Tevez e sceicchi arabi, il Manchester City di Roberto Mancini dopo aver speso milioni di sterline è ad un passo dal vincere la Premier League: l’ipoteca sul titolo è giunta con la vittoria nel derby sullo United di Sir Alex Ferguson, campione in carica. L’ultimo scudetto dei Citizens risale al 1968, anno di sconvolgimenti sociali – sarà un caso? Il Man Utd guidava il gruppo fino a poche settimane fa, prima di rallentare la corsa e vedersi raggiunto dai rivali: stessi punti ad un turno dalla fine, ma differenza reti a netto favore del City. Un po’ come il governo di David Cameron: i tories sono sempre a Downing Street in coabitazione con i liberaldemocratici, ma nell’ultimo giro di elezioni locali hanno conservato solo Londra grazie a Boris Johnson, il nemico interno di Cameron. La marea laburista ha preso il sopravvento, gli alleati di Nick Clegg stanno evaporando come una pozzanghera sotto il sole di luglio (i futuristi italiani avevano preso una cotta per loro e ne condividono il destino). Gli elettori chiedono ai conservatori di fare i conservatori, Cameron prima consulterà gli spin doctor di Notting Hill per capire quanto la cosa nuocerà alla sua immagine posh. E intanto il City non è più la squadra sfigata di Manchester. 

Lo stravolgimento più fragoroso del 2012 si è registrato comunque in Spagna: se il mito di José Louis Zapatero è svanito a dicembre braccato da debito pubblico, disoccupazione e spread in rialzo, José Mourinho è riuscito a vincere qualcosa che non sia la Coppa del Re con il Real Madrid, il che vuol dire che ha posto termine al dominio catalano del Barcellona e di Pep Guardiola, che ha optato per l’anno sabbatico una volta chiusa la stagione. Il Barça ha vinto tre Liga di fila dal 2008 al 2011 e tre Champions League tra 2006, 2009 e 2011 con i fraseggi tra Messi, Xavi e Iniesta. Stravolgimento: tocca ora al calcio fisico e di rimessa dello Special One che aveva già sconvolto il campionato italiano rendendo l’Inter capace di conquistare il Triplete. Nel frattempo Mariano Rajoy guida un esecutivo di popolari che già avrebbe potuto inaugurare nel 2004 se l’allora governo di José Maria Aznar fosse stato più abile nel gestire gli attentati di Al Qaeda dell’11 marzo, consentendo invece a Zapatero di recuperare in poche ora uno svantaggio altrimenti incolmabile. Solo in Germania tutto prosegue come al solito. La Merkel detta l’agenda a s’impunta, ha dichiarato che accoglierà a braccia aperte Hollande, ma che non cederà sull’austerity europea (il neo presidente transalpino farà meglio a controllare che il cancelliere tedesco non abbia un coltello tra le mani prima di cedere all’abbraccio). Gli alleati di governo liberali perdono terreno nei sondaggi, ma Angela non molla. Come il Borussia Dortmund, che ha vinto per il secondo anno di fila la Bundesliga. Nessun stravolgimento, per quanto il Bayern Monaco in compenso sia giunto in finale di Champions, ma nulla di nuovo dal fronte interno. Per ora.

A proposito, sorvolando l’Atlantico e passando alla palla a spicchi: i Dallas Mavericks, detentori del titolo Nba, sono usciti per cappotto (4-0) nel primo turno di playoff contro Oklahoma. 2012, anno delle Presidenziali: Barack Obama è avvertito.

L’Opinione del 9 maggio 2012