Make Centrodestra Great Again

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Nel suo primo discorso pubblico, presentando la propria candidatura a Sindaco di Milano, Stefano Parisi ha affrontato il tema della convivenza, sotto una stessa tenda, di segmenti ideologici che a prima vista sembrano destinati a litigare ancora a lungo. Liberali e destra sociale, globalisti e localisti, internettiani e politici old style: Parisi ha definito il suo tentativo come quello di tenere insieme le tante buone ragioni che animano questi pezzi di società. Un approccio molto simile a quello del nostro grande riferimento ideologico, quel Frank Meyer che riuscì a riunire con approccio fusionista la destra americana e a riscontrare un pattern comune capace di tenere insieme l’economia di Hayek, la filosofia di Kirk, la politica di Buckley.

I fusionisti americani si ritrovarono attorno a poche, semplici, idee guida:  la persona come centro di ogni elaborazione politica e sociale, il rifiuto di un’idea di Stato con poteri così ampi da poter determinare una propria agenda sociale nonostante il volere dei cittadini, la centralità della Civiltà Occidentale e la necessità di difenderla con ogni mezzo contro la minaccia comunista. Caduto il Muro di Berlino, alla minaccia comunista si è sostituita quella del radicalismo islamico, mentre il moloch del Welfare State ha continuato a crescere rendendo quanto mai attuale la necessità di una coalizione politica capace di rimettere libertà e responsabilità al centro dell’agenda culturale prima e politica poi.

Un’esigenza, questa, confermata dall’ultimo rapporto Censis e da un dato che i più hanno scelto di ignorare. Secondo l’Istituto guidato da Giuseppe De Rita, il 63% delle famiglie italiane nella fascia di reddito netto tra i 2.500 e i 3.000 euro (quindi, medio-piccola borghesia) è favorevole a una riduzione delle tasse e delle imposte anche ove ciò comporti una riduzione dei servizi pubblici (considerati sempre più negativamente). Un fatto che chi fa politica nel centrodestra, oggi, dovrebbe tenere bene in considerazione e trasformare rapidamente in programma di governo.  Soprattutto se combinato con un’altra importante valutazione: le famiglie continuano ad avere una ricchezza considerevole in campo finanziario e immobiliare che stenta ad essere mobilitata. Ciò avviene anche e soprattutto a causa della “Trappola dell’incertezza”: norme che cambiano in continuazione, governi che usano immobili e risparmi come un bancomat, intellettuali ed economisti innamorati di una società iper dinamica in cui le famiglie non hanno case, non hanno eredità da trasmettere ai figli, non hanno risparmi con cui costruirsi il futuro. Fino al paradosso di società in cui le famiglie non esistono proprio, considerate un eccessivo freno alla costruzione ideologica di una società post-moderna e totalmente disarticolata.

Ripartire da questi semplici assunti è possibile solo con un atteggiamento di rinnovata apertura alla società e agli outsider politici. La scelta di Parisi di non far intervenire esponenti dei partiti alla sua convention programmatica coglie il punto. La sfilata di onorevoli, sindaci e governatori rischiava di spostare l’attenzione solo sulla forma partito, sulle diatribe tra correnti e non sui temi centrali, che sono altri e che interessano un ceto medio che, a torto o ragione è sempre più impaurito e fatica a trovare soluzioni accettabili nell’attuale offerta politica.

Sbaglia, infatti, chi pensa che Salvini, Le Pen o Trump siano “il” problema del centrodestra. Essi rappresentano il sintomo più evidente, la febbre che segue l’infezione. Ma la malattia è altrove e, se è vero che la febbre va affrontata subito e con decisione, per garantire una guarigione duratura occorre affrontare il problema con determinazione e autocritica. Il centrodestra mainstream ha in questi ultimi mesi concesso praterie politiche alle derive più estreme. Prima ignorandone l’esistenza, poi risolvendo tutto con l’epiteto del “populismo”, infine rifiutando ogni tipo di dialogo con chi quelle tesi sinceramente sostiene. E se può essere vero che i leader politici cavalcano il malcontento con una buona dose di cinismo, è certo comunque che quel malcontento esiste e va affrontato, lasciando perdere la polemica con i leader estremisti e concentrandosi sulle soluzioni da offrire agli elettori.

Gli elettori prima dei partiti, quindi, come unica pre-condizione per immaginare un programma liberale e popolare capace di mettere la società e i cittadini prima dello Stato. L’alternativa a Renzi si può costruire solo così, portando la competizione sul piano in cui Renzi sembra non avere e soprattutto non volere rivali: quello dell’agenda di governo. Il contributo che Parisi offrirà il 16 e 17 settembre a Milano servirà a delineare una prima risposta, certo non definitiva, alla domanda che in molti iniziano a farsi: se il centrodestra riuscisse ad andare al Governo battendo Renzi e i Cinque Stelle, che agenda politica proporrebbe al Paese? Su questo si misura la bontà di un’agenda politica, molto più e molto prima che sull’abbattimento manu referendum  dell’attuale esecutivo. Le due cose, indubbiamente, si tengono: un’opposizione muscolare è credibile solo se sa maneggiare anche il fioretto di proposte concrete e realizzabili. Scommettere su Parisi significa accettare questa sfida e provare a costruire qualcosa per cui valga la pena esporsi, non solo turarsi il naso.