Londra torna al voto?

La missione è compiuta. L’economia britannica tira un sospiro di sollievo dopo che l’Office for Budget Responsabilty, un ufficio indipendente creato nello scorso maggio per tenere d’occhio le finanze pubbliche, ha fatto presagire segnali di ripresa per il Regno Unito: merito anche della manovra da 113 miliardi di sterline varata dal governo di coalizione tra conservatori e liberaldemocratici e che ha avuto come regista il Chancellor George Osborne, al quale David Cameron ha affidato da tempo il compito più difficile della prima parte di mandato. Lo stesso Osborne ha lasciato intendere che i rischi di drammatici passi all’indietro non sono così plausibili e che il piano di riduzione del debito pubblico sta funzionando, al punto che i laburisti non sanno bene come fronteggiare la materia, accusando l’esecutivo più che altro di non aver creato posti di lavoro. Ma è chiaro che una ripresa dell’economia porterà benefici anche da questo punto di vista. Le lacrime e il sangue promesse dal Primo ministro Cameron sono salutari.

A questo punto però si apre un grosso interrogativo, come ha sottolineato anche The Spectator, il settimanale vicino ai Tories: non è che Osborne, con le ultime dichiarazioni, abbia voluto lanciare un messaggio elettorale? Ad aprile, prima ancora di sapere il risultato delle urne, si era sparsa la voce – poi confermata – che chiunque avesse vinto, da solo o in coalizione, avrebbe dovuto per prima cosa traghettare il Paese fuori dalla crisi economica, ragion per cui era stata prontamente esclusa la possibilità di tornare al voto in breve tempo. Addirittura, una delle ipotesi vagliate prevedeva che fosse lo stesso sovrano a ritenere improprio una seconda tornata elettorale, tanto che Gordon Brown a conti fatti sarebbe potuto restare al numero 10 di Downing Street in assenza di una diversa maggioranza forte nei numeri. Poi ha vinto Cameron, senza esondare: da qui la scelta di prendere a bordo i Libdem di Nick Clegg, che con il tempo hanno perso smalto e ora sono in fondo nei sondaggi che quotidianamente vengono tenuti sott’occhio a Westminster. Conservatori e laburisti vengono dati da YouGov al 40%, i liberaldemocratici al 10.

Il trend è ormai assodato, con il Labour Party che ha perso qualche punto di vantaggio sui Tories: l’effetto Milliband parrebbe già rientrato, anche se la battaglia tra le due storiche formazioni è solo all’inizio. Tempo sei mesi, giusto per chiudere un anno di mandato, e Cameron potrebbe azzardare un ritorno alle urne, sospinto dai consigli di Osborne per assecondare da una parte il malcontento tra i Tories più duri e puri che mal sopportano la convivenza con gli alleati, dall’altra per dare sviluppo al suo progetto della Big Society. Sei mesi non sono pochi, sono utili per riuscire a recuperare consensi tra la popolazione e per prepararsi allo scontro, forte dei risultati di un’economia in via di guarigione.

 

Dario MazzocchiDARIO MAZZOCCHI, 27 anni, lombardo, giornalista. E’ uno di provincia, e ci tiene. Appassionato di Guareschi, Rugby e Conservatori Inglesi. Ha scritto su Libero e non l’ha mai detto a nessuno, scrive su The Right Nation e lo racconterà ai nipotini. Thatcheriano puro, non ri rassegna ad avere David Cameron come leader. Ha un blog, Mondopiccolo, un Tumblr, un profilo Facebook e tutto quello che serve per rimorchiare.